venerdì 30 dicembre 2016

Le rose della notte - II, 3

Parte II: Il cielo in fiamme



3.

Margherita arrivò nella piazzetta, raccolta come il palmo di una mano. Alcuni alberi ombreggiavano panchine, nel sole gentile di marzo. Sotto i suoi piedi, un mosaico di ciottoli. E, davanti a lei, la schiena sicura di Diana.
            La precedeva lentamente, con la cadenza degli anfibi in cui aveva infilato i jeans. La catena appesa alla sua cintura non faceva rumore. Invece della giacca, non più necessaria, la avvolgeva una maglietta scura, con l’effigie dell’ennesima band  che Margherita non conosceva. Avrebbe potuto descrivere Diana elencando tutto ciò che ignorava di lei.
            Tra la caserma dei Carabinieri e il convento degli Agostiniani, era incastonata una gemma romanica: la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Le ossa dei contrafforti e del portale biancheggiavano nel suo corpo rosso. Tre bifore – tre paia di pupille feline – e tre finestrelle a tutto sesto aprivano in esso un respiro buio. Sotto il tetto a due spioventi, era ricamata una loggetta cieca.
            «Alle matricole, è severamente sconsigliata la Certosa, pena la scalogna» scherzò Diana, con un sorriso sardonico. «Ma, come vedi, Pavia ha tante altre bellezze da non perdere».
            Sul volto alabastrino di Margherita, aleggiò un sorriso. Si avvicinò al contrafforte più grosso, fra i due della facciata, attratta da una lapide. Alcuni versi dal decimo canto del Paradiso dantesco:

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.

«Parlava dell’anima del filosofo Severino Boezio» la precedette la sua ragazza. «Le sue reliquie si trovano nella cripta».
            Entrando nell’ombra del portone, a Margherita capitò di alzare gli occhi. Sulla cornice in pietra, erano scolpite quelle figure da bestiario tipiche delle chiese romaniche. Colse, in alto a sinistra, una creatura serpentiforme; quasi simmetrica ad essa, c’era un simbolo noto: la sirena a due code. Rammentò di sfuggita le parole di una teologa tedesca: le immagini di draghi e ninfe acquatiche segnalavano la presenza d’acque sotterranee, spesso considerate salutifere, e ammiccavano a un’antica dea delle forze telluriche. (1) 

            «Nella cripta, oltre alle ossa di Boezio, c’è un pozzo di cui nessuno conosce l’origine. Pare che quella fonte sia benedetta» la intercettò di nuovo Diana. Margherita ebbe un sussulto. Si voltò e le sorrise.
            S’immersero nel grembo della navata. Là dove, un tempo, si levava un soffitto dorato, c’era il vacuo attraente delle volte a crociera. Ma la galleria della luce, fra le costole delle colonne, conduceva all’estuario dell’abside: un ciel d’oro in cui si disegnavano giganti disincarnati. Un Redentore in trono benediceva e mostrava il libro, in una fissità che tagliava il flusso dei pensieri. Due angeli simmetrici coronavano il suo volto, in un gesto di preghiera. Ai suoi piedi, S. Pietro e S. Agostino con la madre. Però, Margherita non riusciva a staccare gli occhi dalla figura centrale. Qualcosa, nella simmetria degli angeli, la ipnotizzava.
            «Vieni!» La voce della compagna le arrivò suadente, quasi incantatoria, nel mezzo dell’estasi. Aveva qualcosa dell’antico serpente femminile. La seguì.
            Si avvicinarono sempre più al miraggio dell’Arca di S. Agostino, quella che custodiva le sue reliquie sotto lo sguardo di tutti. L’immagine del santo annegava in un brulichio di panneggi e guglie, che attorcigliavano la bianchezza del marmo. Ma Diana non si fermò davanti a essa. La aggirò e condusse l’altra in un punto preciso del presbiterio. Lì, le disse di guardare a terra.
            Margherita vide un pezzo ottagonale di mosaico, con un’iscrizione che lo diceva proveniente da Ippona e contemporaneo del vescovo Agostino. Al centro, fra quattro sagome simil-vegetali, c’era un abbraccio fra due anelli ellittici. «Un nodo di Salomone» mormorò Diana. «Simbolo dell’unione fra il cielo e la terra».
            Seguì un silenzio carico di respiri.
Poi, piano, Margherita si sentì prendere la mano in una stretta morbida. Si lasciò accompagnare ai piedi del presbiterio, fino all’imboccatura della cripta – una buia fessura che pareva allargarsi per accoglierle. «È ora di arrivare al pozzo benedetto» le sussurrò Diana, con una strana malia. Qualcosa scattò in Margherita, come una scintilla nella notte.

…ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.



(1) Per chi volesse fare un confronto: Petra Van Cronenburg, Madonne nere, Roma 2004, Edizioni Arkeios, pp. 59-62.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (29 dicembre 2016).

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