venerdì 14 ottobre 2016

Le rose della notte - I, 2

Parte I: Sorelle



2.

Poco lontano dai soliloqui musicali di Diana, era aperto un altro bar, con un nome elegantemente scritto in corsivo sulla vetrina. Un locale attraente ma lillipuziano, come si usava a Pavia. A un tavolo, erano riunite figure di ben altro genere. Berretti universitari ripiegati su una spalla, manti porporini con cappuccio e – al collo – placche recanti il tracciato del Labirinto di S. Michele Maggiore, con l’acronimo “S.O.P.A.” Sei ragazze dai venti ai trent’anni, riunite attorno a una bottiglia di vino rosato, con calici limpidi davanti a loro – e nemmeno una goccia, sul tavolo di vetro.
            «Mi scuso se devo fare lo Shylock della situazione, ma è ora di versare la quota mensile» esordì una di loro – folti ricci castani, profilo languido e una feluca verde sull’omero. Le altre frugarono nei propri borselli e ne ripescarono biglietti da dieci euro. «Kiko-san, c’è il resto?» s’informò un’altra – una brunetta magra e graziosa, con occhiali e sciarpetta. «Aspetta, Lobelia… Penso che Sanguinella abbia un po’ di spiccioli». La Custode del Tesoro armeggiò con carte e monete, racimolando il dovuto. 

            «Bene» stabilì una terza, quando il denaro si fu ordinatamente diradato dal tavolo. «Cominciamo con l’ordine del giorno».
Colei che aveva parlato era una trentenne non particolarmente imponente, ma con una voce soda, da contralto. Sulle guance lattee e rotonde, si spandeva un velo di efelidi; chiome biondo-castane accompagnavano gli occhi grigi. La sua feluca – blu e carica di ammennicoli fin quasi a scomparire – era la più consunta. Il suo manto era bordato d’oro. La placca che portava al collo era sovradimensionata, rispetto a quella delle altre. Tutto lasciava pensare che fosse lei la “superiora” di quella bizzarra confraternita.
            «Pensavo d’invitare il Boezio alla nostra prossima riunione» annunciò. «Bradamante in Fiera e Lucia Monella, avete portato ciò che vi avevo richiesto?»
            Le due più giovani – dalla feluca rispettivamente bianca e gialla – allungarono sul tavolo i bastoncini di ceralacca che avevano reperito insieme. La maggiore fece un cenno d’approvazione. Posò sul tavolo una busta. Prese uno dei bastoncini e cominciò a scaldare la ceralacca. Sulla goccia che chiuse i lembi della busta, impresse il segno d’un piccolo sigillo che portava con sé.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 ottobre 2016).


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