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Comincia un nuovo feuilleton: "Le rose della notte"

Inizia oggi la pubblicazione di un nuovo feuilleton on line: Le rose della notte. Si volta pagina, rispetto a La vergine di ferro e La nipote del diavolo. L'ambientazione rimane Pavia, ma, stavolta, si tratta di una storia d'amore in ambiente universitario. E potete credere che non vi saranno né zucchero, né banalità. Buona lettura!


Le rose della notte

Parte I: Sorelle



1.

Gli anfibi di Diana consumarono lentamente i pochi passi di via Siro Comi che la separavano dall’ingresso del “Sottovento”. La notte di novembre scivolava fra i lembi del suo giubbotto in finto cuoio, pungendole il seno florido e gli addominali che sapevano di esercizio fisico. La catena appesa alla cintura dei suoi jeans le batteva la coscia, al ritmo del cammino.
            Il “Sottovento” era il nido caldo della Pavia notturna – perlomeno, quella fatta di studenti, poeti estranei al grande mercato editoriale, volti “di casa” e sfaccendati casuali. Diana Romeo era un po’ di tutto questo. Divisa fra gli studi letterari all’università, la palestra e i concerti del suo gruppo metal, sgusciava fra un impegno e l’altro, per portare il suo viso di sfinge nel sano chiasso dell’osteria. 

            A prima vista, non la si sarebbe detta un’affezionata del locale. Il suo look tenebroso e aggressivo era un unicum, in quella folla di kefiah, trecce rastafariane, felpe con cappuccio, giacche di tweed. Però, bastava che la Marisa – l’ostessa – intercettasse i suoi occhi di bachelite all’ingresso, perché la ragazza si trovasse preparato il suo bravo bicchiere al bancone.
            Anche quella sera, Diana salutò garbatamente il vecchio barbuto che fumava la pipa davanti al “Sottovento” e s’infilò nella porta di vetro. Il caldo affollato la investì. Si tolse la giacca, già sudando copiosamente. Sorrise alla Marisa e guadagnò lo sgabello.
            «Come va?» la accolse la “padrona di casa”, sistemando sul legno il sottobicchiere.
Diana accennò una smorfia: «Ma sì… Stanca. Come sempre». Guardò la colonnina di liquido schiumoso e ambrato salire nel vetro. Non aveva nemmeno più bisogno di chiedere, perché Marisa conosceva a memoria la sua predilezione per la birra scura.
            Si spostò dal collo i folti capelli corvini, da asiatica, cui lei non permetteva di allungarsi oltre le spalle. Si abbinavano perfettamente agli occhi affusolati e alla pelle lievemente bronzea. Ma quelle che si sarebbero potute definire “grazie” si limitavano a questo – e le andava bene così. Si piaceva alta, con le mani grandi e le membra solide. Aveva il dono di un gargantuesco appetito, unito alla tendenza a non ingrassare. Caratteristiche utili, per uscire con le sue amicizie maschili.
            Gettò un’occhiata dietro di sé. Un ragazzo solitario cincischiava con le pagine di un libro pescato dallo scaffale dell’osteria. Altri due giocavano con carte dall’aria navigata. Ovunque, i piani dei tavoli scomparivano sotto brocche, tazze, bicchieri, patatine, tovagliette di carta, taglieri. Diana assaporò il brusio delle voci, mischiato al tintinnio delle stoviglie e al jazz in sottofondo. Sinfonia Sottovento. Sorrise.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (4 ottobre 2016).

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