mercoledì 5 ottobre 2016

Nevrosi

“La fine del fascismo segna la fine di un’epoca e di un universo. È finito il mondo contadino e popolare. Era dalle parti più miserabili di questo che il fascismo raccoglieva le sue bande di sicari innocenti e virili. Sono anche finiti i ceti medi la cui cultura borghese era ancora fondata su una cultura popolare (simile a quella dei sicari): contadina, pastorale, marinara, povera. Differenziata (da regione a regione, da città a città, da centro a periferia). Eccentrica, particolaristica. Quindi reale. Il nuovo potere […] si era appoggiato nel dopoguerra a queste forme culturali reali, ma elettoralmente sanfediste. Aveva fatto cioè la stessa cosa che aveva fatto il fascismo. Ma poi lentamente, a propria insaputa, tale potere aveva cambiato radicalmente natura. La Chiesa, che aveva riassunto in sé tutti i caratteri comuni di quelle varie culture popolari particolaristiche e reali (elettoralmente reazionarie), era servita dunque al potere in modo definitivo. Di colpo, ora la Chiesa risultava superata, abbandonata, inutile, ingombrante. Quelle culture reali (particolari, popolari) erano sparite (o in via di sparizione). Era stato il potere stesso a distruggerle; e, con esse, a distruggere la Chiesa. Il tipo di vita predicato da quel potere (ogni giorno, ogni ora, ogni momento della vita), era completamente irreligioso. Niente - per tutti quegli anni - poteva essere considerato al mondo più irreligioso, per esempio, della televisione. Nel video passavano è vero, assai spesso, inaugurazioni ufficiali con la presenza di un ridicolo vescovo; si vedevano ancora più spesso cerimonie religiose, col Papa stesso, ecc. Ma tutto ciò non era che rappresentazione di parate del potere: religione di Stato. In realtà la televisione predicava quotidianamente, ora dopo ora, il puro edonismo; il suo slancio era tutto in direzione della realizzazione del benessere e del consumo. E la gente aveva appreso la lezione in modo radicale; palingenetico (per la prima volta nella storia). Era mutata. Aveva fatto propri i nuovi modelli umani, proposti dalla cultura del potere. Aveva abbandonato i propri modelli tradizionali. Esistenzialmente venivano vissuti nuovi valori, che nella coscienza erano ancora solo nominali. La vita era più avanti della coscienza. La tolleranza, necessaria all’ideologia edonistica del consumo, poneva nuovi doveri: quelli di essere pari alle nuove libertà che dall’alto, e senza parere, venivano concesse. Ragione inevitabile di nevrosi. D’altra parte vivere esistenzialmente nuovi valori senza conoscerli, era a sua volta una buona ragione di nevrosi. Il mondo contadino era crollato. Le campagne (e i seminari) erano pieni di vipere. Aveva perduto i propri valori tradizionali e reali, insieme a quelli convenzionali imposti dalla religione ufficiale. Che cosa sostituiva questi  valori? Che erano poi anche i valori, ancora, della piccola borghesia? Nessuno aveva mai detto - da parte del potere - la verità: cioè che i nuovi valori erano i valori del superfluo, cosa che rendeva superflue, e dunque disperate, le vite. Dunque, si fingeva di non sapere. Carlo guardava quei fascisti che gli passavano davanti. Essi non potevano essere che quelle persone reali che in quel momento il potere (la storia) voleva. I loro slogans mentali classici, come ‘Dio, Patria, Famiglia’ erano puro vaneggiamento. I primi a non crederci realmente erano loro. Forse, delle vecchie parole d’ordine, ad avere ancora un senso, era, appunto, l’ ‘Ordine’. Ma ciò non bastava a fare il fascismo. Le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita dell’angoscia del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società ‘sviluppata’ aveva infilato loro in saccoccia. Erano uomini incerti, grigi, impauriti. Nevrotici. […] Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri.”

PIER PAOLO PASOLINI
(Da: Petrolio, 1992 - postumo)


Edizione speciale per il «Corriere della Sera», 2015, vol. 10, pp. 513-514.

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