mercoledì 28 gennaio 2015

Otto moderne esperienze sull’illuminazione

Sanbo-ji - Eremo zen di montagna a Berceto (PR)

La parola “illuminazione” sa d’arcano, per il lettore occidentale medio. Essa evoca un Estremo Oriente vagamente connotato da templi e campane tibetane, coi suoi saggi decantati, ma “inattuali”.
            Per questo, Philip Kapleau si premura di esporre otto esperienze modernissime di cosa sia l’illuminazione nel Buddhismo zen. Lo fa nel suo saggio The Three Pillars of Zen (Anchor Press, New York, 1965). In Italia, è stato tradotto da Nazareno Ilari: I tre pilastri dello Zen. Insegnamento, pratica e illuminazione, (“Civiltà dell’Oriente”), 1981, Ubaldini Editore.
            Il cap. 5 riporta i resoconti scritti degli interpellati: K. Y., funzionario giapponese; P. K., ex-uomo d’affari americano; K. T., giardiniere giapponese; C. S., impiegato governativo giapponese in pensione; A. M., insegnante americana; A. K., assicuratore giapponese; L. T. S., artista americana; D. K., casalinga canadese.
            Queste otto figure hanno in comune un elemento fondamentale: all’interno della propria quotidianità, si sono dovute confrontare col dolore, col vuoto di senso esistenziale o anche solo con un desiderio di approfondimento filosofico. Da qui, la decisione di partire alla ricerca di ciò che mancava a ciascuno di loro.
            Lo sfondo ricorrente è quello dei monasteri giapponesi. Per la precisione, si tratta di Hosshin-ji, Taihei-ji e Ryutaku-ji. I rispettivi abati, all’epoca dei fatti, erano Harada-roshi, Yasutani-roshi e Nakagawa-roshi. A loro, Kapleau ha dedicato il volume.
Roshi –come informa il glossario posto in chiusura del libro – significa “venerabile maestro” ed è il titolo di colui che guida e ispira i discepoli lungo il sentiero dell’autorealizzazione.
Quest’ultimo termine, in ambito zen, è sinonimo di illuminazione, ovvero risveglio alla propria natura e alla natura di tutta l’esistenza.
            L’ambito in cui gli otto summenzionati hanno vissuto questa esperienza è stato, perlopiù, quello del sesshin: pratica tipica dello Zen che consiste in un periodo di intensa meditazione collettiva in isolamento (una settimana o poco meno, precisa Kapleau in nota). Durante il sesshin, vengono impiegati e coordinati fra loro gli accorgimenti didattici fondamentali, quali lo zazen (meditazione in posizione seduta), il teisho (commento formale) e il dokusan (colloquio personale col maestro). Kapleau non tace neppure l’impiego del kyosaku, sorta di bastone dall’estremità appiattita impiegato per percuotere il praticante al culmine dei propri sforzi di concentrazione, affinché si provochi in lui “quella sovrumana esplosione di energia che conduce alla dinamica presenza mentale” (p. 206)  indispensabile per l’illuminazione. Si tratta di una pratica introdotta in Giappone dalla Cina e non impiegata in Occidente, se non su esplicita richiesta dei praticanti.
            Le esperienze degli otto summenzionati mostrano anche come sia assai proficuo l’impiego dei koan. Questi sono formule dal significato oscuro, assegnate dal maestro ai discepoli, affinché essi ritrovino il riferimento alla Verità ultima che essi contengono. Per pervenirvi, è necessario rinunciare allo strumento della logica e ridestare un livello mentale più profondo al di là dell’intelletto discorsivo.

            L’esperienza del “risveglio” e dell’ “annullamento dell’ego” ha avuto diversi gradi di profondità, a seconda delle persone coinvolte. K. Y. ricorda la propria “risata quasi inumana” (p. 214) e il gioioso battito di piedi, la pazza gioia e le lacrime che egli non ha potuto trattenere. P. K. si è sentito “libero come un pesce che nuota in un oceano di acqua fresca e chiara dopo essere stato chiuso in una vasca piena di colla” (p. 236). La paura della morte ha portato K. T. a riscoprire la spiritualità di famiglia; una notte d’estate, durante un intenso sesshin, si è trovato “in uno stato tale” che gli è sembrato di “guardare il cielo immenso e trasparente” (p. 237) con consapevolezza chiara e acuta. C. S. ha vissuto un’esperienza meno travolgente, ma ugualmente paradisiaca e fonte d’un fiume di lacrime. A. M., dopo aver subito le persecuzioni naziste e aver perduto tutte le proprie certezze, ha ricercato una nuova via spirituale assieme al marito; entrambi, a breve distanza l’uno dall’altra, hanno raggiunto l’illuminazione durante un duro sesshin.  A. K. ha iniziato il proprio cammino a partire dalla perdita di due fratelli: “Perché la vita è così malsicura e miserabile? Siamo nati solo per morire?”(p. 252). L. T. S., scultrice uscita dall’alcolismo, ha ricercato il perduto entusiasmo verso la vita nell’identificazione “con qualcosa di infinitamente più potente della nostra mente ristretta” (p. 257): “Il mondo non mi domina più dall’alto. È sotto di me. Ho fatto una capriola e l’ho inghiottito” (p. 260). D. K. è entrata in un periodo nero a causa del suicidio del marito; ha cercato appoggio spirituale prima in India, poi in Birmania e in Giappone. Ha imparato dapprima a muoversi “come l’aria” e a vedere le altre persone “alla luce di una perfetta comprensione” (p. 272). Poi, ha conosciuto la “deliziosa vertigine” (p. 273) di chi si è liberato di quell’ “ego” così pesante.
            Comune a queste otto figure è la loro assoluta ordinarietà, a livello di capacità intellettive e stile di vita. Comune a tutte loro è anche la gratitudine per aver potuto vivere la più preziosa esperienza possibile. “Ciò che in tali individui è eccezionale è semplicemente il loro coraggio di dirigersi verso un luogo sconosciuto percorrendo una strada che non conoscevano nemmeno, sorretti dalla fede nel loro Vero Sé” (p. 201).
            Nel corso dei decenni, il Buddhismo è andato diffondendosi in Occidente, sicché quel “viaggio” può essere meno lungo e gravoso sul piano strettamente geografico. Ciò che rimane è il balzo oltre la paura e i dubbi, “nel Vuoto vitale, nell’abisso della Natura Primordiale” (p. 201).

 Pubblicato su Uqbar Love, N. 120, 24 gennaio 2015, pp. 7-8.

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