sabato 24 gennaio 2015

Madonne nere

Notre-Dame de Montserrat (XII sec.)
Sono maestose, affascinanti. E, soprattutto, oscure. Quelle che Petra van Cronenburg chiama Madonne nere (Roma 2004, Edizioni Arkeios) sono soltanto quelle scolpite dal 1050 circa fino al XIII secolo, ritrovabili in numerose località della Francia e lungo il cammino verso Santiago de Compostela.
            Petra van Cronenburg si è laureata in teologia all’Università di Tubinga. Ha gestito per anni un’agenzia giornalistica, interessandosi di medicina naturale e di metodi sperimentali di diagnosi. In Polonia, ha collaborato a un film-documentario sulle donne del posto. È autrice di un libro sul “mistero di Mont St. Odile”, ovvero sui legami tra le leggende che circondano questo monastero alsaziano e i culti precristiani. Si occupa di media e di progetti per il web. Tutte queste esperienze si ritrovano nel suo volume sul culto delle Vergini scure.
            Il loro periodo di massima fioritura è collocato dalla van Cronenburg dal X fino all’XI secolo, ma il maggior numero delle statue pervenute a noi è databile al XII secolo. Un fenomeno dell’arte romanica e del primo gotico, dunque. Le altre “Madonne nere” sarebbero imitazioni o dovute a colorazioni non originarie.
            Sono “Vergini in maestà”, rappresentate come potenti regine. Le loro mani palesemente sovradimensionate le connoterebbero come figure in grado di trasmettere potere o di proteggere. Il Bambino che reggono sulle ginocchia, in realtà, ha le fattezze di un uomo adulto in miniatura. Sono coronate e riccamente ammantate. Oltre al nero, i loro colori sono l’oro (come avviene per tutte le immagini collegate all’idea di eternità), ma anche il rosso e il verde. La van Cronenburg connette il rosso con l’amore divino e la regalità, ma anche con le bacche di agrifoglio, simili al sangue mestruale e frutti della pianta sacra alla dea Hel (la divinità nordica degli inferi). L’agrifoglio, il biancospino e il sambuco (tutti sacri a dee precristiane) sono per l’appunto protagonisti delle leggende sulle apparizioni di Madonne nere. Il verde è quello della terra fertile, dei germogli, delle candele della Candelora –considerate apportatrici di salute. Il 3 febbraio, per l’appunto, è anche il giorno in cui diverse Madonne nere sono festeggiate nel folklore. Abbinato al verde, il nero delle Vergini in trono può dunque essere letto come il colore del sottosuolo, della morte da cui il seme rinasce.
            Queste immagini sono scolpite in cedro, non intaccabile dai parassiti e, pertanto, segno di eternità e vita ultraterrena fin dai tempi in cui esso accoglieva le mummie egizie. In cavità ben nascoste nel loro corpo di legno, le Madonne nere hanno custodito a lungo reliquie come i “capelli di Maria” o le “pietre di Iside”. Le loro sedi erano nelle cripte, dove i pellegrini dovevano scendere affrontando le paure da sempre collegate all’oscurità. Nelle chiese dove queste cripte si trovavano, non era difficile rinvenire fonti d’acqua sotterranee (cui era spesso attribuito il potere di resuscitare i neonati per il tempo necessario a battezzarli). La van Cronenburg ricorre anche alla radioestesia e alla geobiologia, per spiegare quali genere di “energie” incontrassero i pellegrini, incedendo in una di tali chiese. L’autrice porta a esempio la cattedrale di Strasburgo, dove un pilastro posto a nord (nei pressi dell’ingresso) rappresenta una Vouivre. Drago femminile del pantheon gallico, avrebbe posseduto il “terzo occhio” della saggezza e la sua raffigurazione avrebbe contrassegnato i luoghi d’incontro fra il cielo e la terra, ovvero quelli in cui si trovavano acque sotterranee. (Ciò non può non ricordare le donne-pesce di cui gli scultori fecero profusione sui capitelli romanici). La van Cronenburg accosta gli accorgimenti medioevali nella scelta dei siti delle chiese al noto Feng Shui. L’unione fra “le energie del cielo e quelle della terra” che si verificherebbe nei punti contrassegnati da Vouivre, ninfe e figure miste fra l’uomo e il pesce realizzerebbe l’ “eterno androgino”, ovvero l’unità originaria di tutti gli inizi. Ciò spiegherebbe le fattezze, per l’appunto, androgine che contrassegnano le Madonne nere.
           
Notre-Dame de Rocamadour (XII sec.)
Esse affascinarono gli amanti cortesi, che vissero nell’amore carnale questo mistero della fusione tra maschile e femminile e si rifugiarono non di rado nelle radure e nei boschetti che erano antichi luoghi sacri. Notre-Dame de Rocamadour fu venerata da Eleonora d’Aquitania (1122 – 1204), mecenatessa dei trovatori –ma anche da S. Bernardo di Chiaravalle (1090 – 1153). La van Cronenburg dedica diverse pagine alla sua esperienza mistica del “miracolo del latte”, che sarebbe avvenuto nella cripta della chiesa di Saint Vorles durante la notte di Natale e il solstizio d’inverno. La visione della Madonna che dà inizio alla nuova vita spirituale del giovane grazie al proprio latte materno è collegata dall’autrice a quanto abbiamo detto circa le fonti d’acqua e il ciclo di morte-vita, centrali tanto nei culti delle dee precristiane quanto in quelli delle Vergini romaniche.
            Il saggio non trascura neppure il mondo pre-islamico, con la nota Pietra Nera venerata in quello che fu il luogo di culto della dea Al’Lat. Anche qui, si rinviene una fonte, quella di Zemzem, che sarebbe stata scoperta dalla biblica Agar: madre di Ismaele, figlio di Abramo, e quindi progenitrice degli Arabi.
            Il cammino spirituale possibile nelle chiese e nelle cripte delle Madonne nere sarebbe poi stato ripercorso dagli alchimisti, che avrebbero cercato di riprodurre materialmente nei propri esperimenti quel genere di unione vissuto dai mistici e dagli amanti cortesi.
            La ricchezza di significati multiculturali e multireligiosi della Vergine scura ne ha fatto –come mostra la van Cronenburg nel capitolo finale – il modello per la “Madonna del millennio”, con un’estesissima fortuna anche sul web.

Riferimenti tratti da: Petra van Cronenburg, Madonne nere, (“La via dei simboli”), Roma 2004, Edizioni Arkeios, 221 pp. [Traduzione italiana di: Schwarze Madonnen, 1999, Heinrich Hugendubel Verlag Kreuzlingen/München (Sphinx). Tradotto dal tedesco da Teresa Galiani].
  

Pubblicato sul N. 119 del settimanale Uqbar Love (24 gennaio 2015), pp. 6-7.



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