lunedì 26 marzo 2012

"Non lassar la magnanima tua impresa"


Il sonetto che comincia La gola e 'l somno et l'otiose piume" occupa il settimo posto nel Canzoniere di Francesco Petrarca ed è il primo dell'opera a non essere d'argomento amoroso. Si tratta, piuttosto, d'un testo d'impegno intellettuale e morale, in cui il poeta si rivolge ad un anonimo corrispondente:



La gola e 'l somno et l'otiose piume
ànno del mondo ogni vertù sbandita,
ond'è dal corso suo quasi smarrita
nostra natura vinta dal costume;



et è sì spento ogni benigno lume
  del ciel, per cui s'informa humana vita,
  che per cosa mirabile s'addita
  chi vòl far d'Elicona nascer fiume.

Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
  Povera et nuda vai philosophia,
  dice la turba al vil guadagno intesa.

Pochi compagni avrai per l'altra via:
  tanto ti prego più, gentile spirto,
  non lassar la magnanima tua impresa.


L'impresa del v.14 non è specificata; è tuttavia chiaro come essa sia legata alla philosophia (v.10), cioè all'amore per le scienze e le lettere (Ponchiroli): il v.8, per l'appunto, fa riferimento al monte Elicona, una delle due vette del Parnaso, indicato dalla mitologia classica come sede di Apollo e delle Muse. Il lauro ed il mirto (v.9) simboleggiano, rispettivamente, la poesia eroica e quella amorosa. E' dunque chiaro come il sonetto alluda alla scarsa considerazione in cui il sapere speculativo e letterario è tenuto in un contesto dominato dalla ricerca di beni materiali (v.1). Non bisogna dimenticare che contemporaneo di Francesco Petrarca è Giovanni Boccaccio, colui che, in molte novelle del suo Decameron, ha rappresentato l'epopea del mondo mercantile, non tacendo gli effetti deleteri della "ragion di mercatura". Nei fratelli di Lisabetta da Messina (IV, 5) e di monna Giovanna (V, 9), fra gli altri, G.Boccaccio offre esempi concreti di come la logica materiale avesse del mondo ogni vertù sbandita (v.2), non solo in senso intellettuale, ma anche affettivo e morale. E' probabilmente al modello di società affermatosi nel Trecento che F.Petrarca, del pari, si riferisce: una società in cui avevano notevole peso la figura del mercante e del banchiere. Con l'ascesa della nuova classe borghese, andava affermandosi il potere del denaro, che finì per rivaleggiare coi possedimenti terrieri feudali. In questo contesto, la figura dell'intellettuale si trovava, inevitabilmente, a disagio. Si trattava di uno scontro fra due logiche: la boccacciana "ragion di mercatura", tesa al profitto, ed il culto delle arti e della filosofia, indipendentemente dal guadagno materiale da trarne. Lo stesso Francesco Petrarca, per sostentarsi economicamente, prese gli ordini minori e godette di una sinecura, scelta condivisa da diversi intellettuali dell'epoca.

A ciò si aggiunga il rapporto fra il sapiente e la vita pubblica. Dante Alighieri, che apparteneva alla generazione precedente, era ancora fiducioso di poter influire, con la propria attività intellettuale, sullo svolgimento dei fatti storici. Ne sono testimoni i numerosi passi della Commedia che fanno riferimento alla storia a lui contemporanea; si pensi ad un'opera di profondo impegno politico come il De Monarchia; lo stesso De Vulgari Eloquentia, dietro agli interessi linguistico-letterari, cela il richiamo alla necessità di una "reggia" e di una "curia" (corte) per l'Italia Nella produzione di F.Petrarca tutto questo è assente. Egli è, di fatto, esiliato dalla vita pubblica, così come la sua famiglia e lo stesso Dante lo furono da Firenze (1302). Nell'epoca delle Signorie, il letterato era espulso dal potere reale e ricopriva, piuttosto, il ruolo di specialista della cultura. F.Petrarca ed i suoi pochi compagni (v.12) costituivano, in un certo qual modo, una sorta di casta ben distinta dalla turba (v.11). Una situazione che porta il poeta a compiangere la solitudine del sapiente, che per cosa mirabile s'addita (v.7). La consapevolezza dell'autore, tuttavia, si spinge oltre: se la condizione dell'uomo di cultura è povera et nuda (v.10), è tuttavia conforme a vertù (v.2), la quale consiste nel seguire il corso (v.3) della nostra natura (v.4). In altre parole, colui che vòl far d'Elicona nascer fiume (v.8) obbedisce ad una sete che connota l'uomo come uomo, così come lo informa (v.6) ogni benigno lume/ del ciel (vv.5-6). La philosophia può dunque non solo sopravvivere al costume (v.4) diffuso che le è contrario, ma addirittura fiorire a suo dispetto, come nell'esperienza petrarchesca, proprio perché inscritta nella natura umana e da essa inscindibile.

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