domenica 7 febbraio 2016

Paura e morale

“Quanto o quanto poco pericolo per la collettività, pericolo per l’uguaglianza vi sia in un’opinione, in una condizione e in una passione, in una volontà, in un impegno, questa è ora la prospettiva morale: la paura è anche qui, di nuovo, la madre della morale. Contro gli istinti più alti e più forti, quando essi, erompendo appassionatamente, trascinano il singolo molto al di là e oltre la media e la bassezza della coscienza del gregge, perisce la coscienza di sé della comunità, la sua fede in sé, si spezza, per così dire, la sua spina dorsale: di conseguenza si preferisce addirittura bollare a fuoco e calunniare appunto questi istinti. La alta, autonoma spiritualità, la volontà di solitudine, la grande ragione vengono già sentite come pericolo; tutto ciò che innalza il singolo sopra il gregge e incute timore al prossimo prende d’ora in poi il significato di cattivo; l’atteggiamento equo, modesto, l’atteggiamento di chi si inserisce, l’uguaglianza, la mediocrità dei desideri vengono onorati e designati come morali. Infine, in condizioni molto pacifiche, manca sempre più l’occasione e la necessità di educare i propri sentimenti al rigore e alla durezza; e ora ogni rigore, anche nella giustizia, comincia a disturbare la coscienza; un’elevata e dura nobiltà e autoresponsabilità offende quasi e suscita diffidenza, «l’agnello», ancor più «la pecora» cresce in considerazione. C’è un punto nella storia della società di morboso infiacchimento e spossatezza nel quale la società stessa prende le parti di chi le porta danno, del delinquente e con tutta serietà e onestà. Punire: questo le sembra in un certo qual modo ingiusto, - certo è che il concetto della «punizione» e del «dover punire» la fa soffrire, le incute paura. «Non è sufficiente renderlo innocuo? Perché anche punirlo? Il punitore stesso è una cosa terribile!» Con questa domanda la morale del gregge, la morale della pavidità trae la sua estrema conseguenza. Posto che, in generale, si potesse eliminare il pericolo, il motivo del timore, si sarebbe eliminata questa morale: essa non sarebbe più necessaria, essa non si riterrebbe più necessaria! - Chi prende in esame la coscienza dell’europeo di oggi dovrà trarre dalla mille pieghe e nascondigli morali sempre lo stesso imperativo, l’imperativo della pavidità del gregge: «noi vogliamo, che ad un certo punto non ci sia più motivo di temere!». Ad un certo punto - la volontà e la via per arrivarvi oggi, in Europa, si chiama dappertutto «progresso».”

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE (1886)


Da: Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire, Roma 1996, Newton Compton, 6^ edizione, pp. 122-123. Traduzione di Silvia Bortoli Cappelletto.

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