martedì 21 maggio 2013

Cerchi

 
 
Prefazione
 

"Dopo aver suonato i molti spartiti del suo animo e accordato così la lingua in Chiaroscuri, Alessandro Castagna con questa nuova opera punta dritto al cuore della sua ispirazione e senza cercare vie di fuga – 'Il primo gesto rivoluzionario / è chiamare le cose / con il loro vero nome' dice Rosa Luxemburg – lo dichiara immediatamente nella figura polisemica del titolo. I Cerchi racchiudono infatti il desiderio di perfezione ma anche il pericolo della ripetizione, la prigione dell’identità ma anche la prospettiva aperta del rinnovamento, così evidente quando il sostantivo lascia il posto alla coniugazione presente del verbo cercare. Trovare una forma raffinata che trattenga i frammenti del mondo e i 'frantumi che rincorrono frantumi' della propria storia, e in questo modo forse salvarli, ma poi salvare se stesso e attraversare una nuova soglia per rimettersi in una posizione di nascita, non lasciandosi incantare da ciò che si è costruito, ritenendolo a torto un assoluto.
Stile e vita si intrecciano in questo tentativo così ambizioso nell’obiettivo e così umile nella pratica lenta e minuziosa del lavoro ('l’arte di attendere'), guidato da 'una gran volontà' e da una fede solida nel potere magico delle parole, che con la loro musica profonda riescono a riaccordare il mondo, restituire un’armonia come fosse una casa in cui poter abitare, ma da cui, liberamente, poter anche uscire. Se l’afflato malinconico ('Noi, / uccelli nostalgici, / migriamo / a più sottili latitudini') e il tema della perdita accompagnano molte pagine del libro (quasi 'eco di campane in lontananza' che funereo scandisce un nome da dimenticare), essi rappresentano solo il sottofondo di una voce che invece rilancia sempre con delicata fermezza la sua lotta ('But I collect myself') e tenta una costruzione di senso persino ludica (come non riconoscere, dietro quell’'allegro vivo' del violino anche una dichiarazione in prima persona, io vivo allegro?). La proposizione è d’altronde ampiamente sviluppata nella sezione Il mio catalogo della gioia, dove la gratitudine e la leggerezza si incarnano in metafore luminose e dopo l’'oblio che evapora sul mare' ci viene incontro come una promessa il rischio fertile di 'un nuovo tempo'.
Ecco così che l’idea della separazione, origine del dolore e di questa costellazione di sensazioni luttuose, viene superata a vari livelli dal riconoscimento di un’appartenenza comune: sentimenti umani ed elementi naturali dialogano (il 'vuoto' interiore che 'intreccia le sue trame alle radici / di una quercia'), si confondono ('Una pioggia inconsistente, / un vapore leggero / sfuma i miei passi, / mi confonde con il paesaggio'), si scambiano caratteri (il fiume Magra ha una 'bocca', in cui le 'navi ancorate, incerte' anelano come parole non ancora dette allo scioglimento delle vele). La stessa icona del cerchio ('Cercarsi / fra i contorni di Berlino / fra una vetrina e il filo delle voci, / quando cerchi / imperfetti di parole / si rincorrono'), replicata in quella dell’anello ('Quando il mio silenzio si fa altro / – un anello col tuo silenzio – / e noi ancora a camminare lungo il fiume, / così ci attraversiamo'), conferma questa sfida alla divisione che non è tuttavia negazione delle differenze. Quella che ci viene proposta è in ultima analisi un’altra visione, meno conflittuale, nella quale unità di tutto l’esistente e molteplicità delle manifestazioni rappresentano punti di osservazione necessariamente complementari di fronte a una realtà in continua metamorfosi, così evidente in quella 'foglia / quando cade […] Contorno che si sfalda, / rinasce oltre la soglia.'
Non è un caso, dunque, se ci si imbatte in una folla lessicale che abbraccia e in qualche modo riassorbe, senza nasconderle, le presenze laceranti della 'luce insanguinata' o delle 'broken memories / bleeding on the floor': così incontriamo i sentieri 'raccolti […] sulla corda tesa di un violino', 'la voglia // e il bisogno di sentirsi, una spoglia / intimità di comunioni', 'uno spiraglio – / qui, a ricomporre / con altri ramoscelli e foglie / – sguardi, reliquie antiche, quadri – / il proprio nido', tutti segni che ci conducono appunto nella direzione di una ricostruzione non chiusa su se stessa, geometrica e definitiva, quanto piuttosto affettuosa e orientata al futuro. Come scorrendo una partitura capace di coniugare insieme le note più diverse, Alessandro Castagna trova così decisamente in Cerchi il passo giusto, il ritmo ormai maturo della sua scrittura. Complessa nell’articolazione e semplice nei suoi moventi: anche per lui un vero e proprio 'Natale, / in profonda comunione / con le piccole cose di ogni giorno'."
 
Stefano Maldini
 
Alessandro Castagna, Cerchi, 2013, Ibiskos Ulivieri 

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