lunedì 4 aprile 2016

Tirando le somme, ovvero Un’ovvietà insopportabile

Cercare il “bene assoluto” in terra è un po’ come percorrere il paese di Serendip: non troverai mai quello che cerchi, ma certamente una moltitudine d’altre cose.
            Finora, ho frequentato le regioni della religione, dell’istruzione pubblica, delle questioni LGBT.
            Nel primo campo, vige una lotta senza quartiere fra i privati cittadini (più ancora che fra rappresentanti di istituzioni, i quali trovano sempre il modo di mettersi d’accordo…) per la ripartizione dell’8x1000 e per una corretta rappresentatività di fronte allo Stato (ovvero: fino a che punto un leader religioso può dire di parlare per la cittadinanza?).
            Nel secondo, si tratta perlopiù di finanziamenti: dove trovarli? Come distribuirli? Quante borse di dottorato mettere in palio per i neolaureati e a quanto farle ammontare? E quante ore di ciascuna materia alla settimana? Quanti insegnanti assumere? I posti sono limitati, come il denaro pubblico, per quanto dia l’illusione di essere inesauribile. E anche i programmi devono suddividersi nei soliti 365 giorni all’anno, a prescindere da aumenti nel patrimonio del sapere e dalla domanda d’impiego da parte dei laureati nelle varie discipline.
            Nelle questioni LGBT, ancora una volta, i campi più dibattuti riguardano il rapporto fra convivenze private e istituzioni pubbliche: la definizione giuridica, il godimento di diritti molto concreti come la pensione di reversibilità. Nel caso delle persone T, si tratta anche di sanità (= buoni trattamenti medici, comunque onerosi anche e soprattutto per chi non ha redditi alti) e di documenti (una carta d’identità che non corrisponde all’identità, oltre a dare disagio personale, comporta problemi d’accesso all’istruzione e al lavoro. Per ragioni legali, senza carta non si fa nulla). Queste ultime situazioni, in particolare, hanno risvolti pirandelliani: non si è chi si è, se non lo dice un pezzo di carta Al fu Mattia Pascal fischieranno le orecchie. E la sottoscritta, se è per questo, ha sempre trovato assurdo anche che delle scartoffie ci sia bisogno per provare che si è nati o morti, le cose più autoevidenti della terra. Tranne che per il fisco e la previdenza sociale.
            La conseguenza di tutto questo - ciò che ho trovato nella mia Serendip - è una lotta senza quartiere fra poveri. Fra tutti coloro che accettano di dover pagare imposte e di dover sottostare a un sistema di leggi (perlopiù arcano e complicato, a meno di non essere professionisti del campo), per averne in cambio sicurezze comunque insufficienti. O che, perlomeno, sono insufficienti attualmente. Perché la stessa torta ha un numero di concorrenti sempre più vasto. Più numerose sono le unioni che chiedono di essere riconosciute come famiglia, più numerosi coloro che si iscrivono alle scuole statali, più numerosi i laureati che fanno domanda di dottorato nelle università pubbliche, più numerose le religioni che chiedono visibilità e denaro pubblico - rispetto a due generazioni fa. 
Il tutto mentre le possibilità di occupazione sempre meno rosee, mentre le famiglie d’origine si trovano a dover dare una mano a figli di belle speranze deluse, mentre le imposte non diminuiscono di sicuro e le “sicurezze” di una pensione (comunque scarsa) si allontanano. Davanti al tracollo del settore pubblico, due sono - sostanzialmente - gli ordini di “spiegazioni facili”. Da una parte, gli accusatori dell’ “evasione fiscale”, delle “istituzioni religiose che parassitano il Paese”, del “conflitto d’interessi”. Dall’altra, il complottismo (non sempre menzognero) delle “lobby”, delle “ONLUS che campano dell’immigrazione di massa”, dei “diversi che pretendono di essere normali”.
Gli errori dei primi consistono nel pensare l’evasione fiscale unicamente come frode di dimensioni milionarie. Non tengono conto di quella di mera sopravvivenza - sempre più pervasiva, per forza di cose - delle attività medie, piccole, a dimensione familiare che costituiscono buona parte del tessuto economico italiano. Accusano le religioni, quando esse costano comunque un infinitesimo delle istituzioni pubbliche, in termini di “denaro di tutti”. Tuonano contro la strumentalizzazione delle religioni, quando non ci sarebbe necessità di strumentalizzarle, se non esistesse un potere statale che ne ha bisogno per ragioni di consenso.
Il “complottismo” di cui sopra, d’altro canto, non fa che esasperare a parole quel famoso conflitto fra poveri di cui dicevamo. E, soprattutto, non si rendono conto che le cosiddette “lobby” non sono altro che fasce di loro concittadini che si permettono di presentare alle istituzioni un ordine di problemi esistente nel tessuto sociale. Non si rendono conto che le ONLUS che “campano di immigrati” esistono, appunto, perché la realtà geopolitica mondiale sta creando migrazioni di massa. O se ne rendono conto, ma non lo dicono.
Entrambi gli errori condividono una prospettiva, quella lapidariamente sottolineata da un mio amico liberale che assisteva al crollo del muro di Berlino quando io ero appena nata: “Lo Stato è l’illusione di poter vivere tutti alle spalle di tutti”.
Ancor più delle differenze di classe, la pretesa di una struttura sovrapposta alla società crea conflitti. Perché essa non può vivere che del lavoro e delle risorse dei cittadini, benché pretenda di essere “separata” e “imparziale” nei loro confronti. Mentre i cittadini accettano lo Stato perché rintuzzi i privilegi, esso consacra gli esistenti e ne crea di nuovi: quelli dei dipendenti pubblici di ogni grado. È inutile scandalizzarsi per il vigile che timbra il cartellino in mutande, quando si accetta passivamente che qualcuno possa avere un posto di lavoro che prescinda dal suo elementare impegno. È inutile scandalizzarsi perché “la giustizia non ci protegge”, quando si finanzia quella stessa giustizia di cui si percepiscono le macchinosità e l’inefficacia. È inutile scandalizzarsi perché sono consentiti il divorzio o l’unione omosessuale, quando essi sono frutto della natura umana. È inutile accusare le persone T di “creare caos all’anagrafe”, quando il caos nasce dai meccanismi anagrafici stessi. È parimenti inutile protestare perché poliziotti accusati di violenze inutili vengono assolti, o perché non si sa neppure cosa avvenga nelle carceri, quando quei poliziotti e quelle carceri sono mantenuti dalla nostra paura.
Forse, ha ragione il mio attempato amico. Per rispondere al collasso degli Stati, bisogna togliersi la benda dagli occhi e rinunciare a sicurezze che non esistono. Lo Stato non è il nemico dei privati. Vive del loro contributo. Con la stessa mano, esso dà e toglie a cittadini che - nella sua prospettiva - sono fatti di carta. La sua “indispensabilità”, quando non è un fantasma ideologico, è il frutto della sua stessa esistenza. Non si può ignorare lo Stato, in quanto esiste. Esiste con una forza coercitiva superiore a quella dei singoli individui - nemmeno il più liberale degli Stati rinuncia a tribunali e forze dell’ordine. Il rancore verso chi sembra immune a questi ultimi è frutto del percepire il comune peso: “Come può, lui, sottrarsi a ciò cui noi non ci ribelliamo?”
Ci sembra che l’evasore fiscale, l’impunito, il lobbista ci rubino qualcosa, quando siamo noi ad alienare giornalmente i nostri beni e i nostri diritti - compreso quello di difenderci nelle nostre case. La tendenza dell’italiano medio all’inerzia e a lamentarsi d’ogni cosa viene dalla sua abitudine a credere di dover essere tutelato a ogni passo. Non si ferma mai a pensare da dove venga quella “tutela”, a osservare che essa - in fondo - non viene da altri che da lui stesso.


P.S. Va da sé che non mi sono soffermata a menzionare enti come Comuni, Provincie, Regioni, perché questo non avrebbe mutato l’ordine della questione

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