domenica 24 aprile 2016

Ha ragione Rousseau

Qualche tempo fa, un mio amico ha affermato che “Rousseau era in un certo senso anti illuminista”, perché riteneva che il popolo non avesse anima e soggettività politica. 

            Peccato che l’Illuminismo sia esattamente questo, come illustra anche David Van Reybrouck.
            Quel clima culturale, quella costellazione di pensatori complessivamente ricordati come Lumières era l’espressione della borghesia benestante e colta, non certo di contadini e manodopera. La rivendicazione di spazi politici e peso decisionale negli affari pubblici riguardava chi era conscio di detenere competenze tecniche specialistiche, potere finanziario, iniziativa imprenditoriale e conoscenze filosofiche: quello che, oggi, designeremmo genericamente come “sapere accademico”.
            Che fossero esuli o coccolati da monarchi assoluti, laici o ecclesiastici come Giuseppe Parini, gli illuministi non proposero il suffragio universale così come lo conosciamo oggi. Quello è un prodotto squisitamente novecentesco. Il loro ideale politico oscillava tra la monarchia illuminata e la repubblica oligarchica di stampo antico-romano o spartano. A prendere decisioni per tutti doveva essere chi deteneva i Lumi, ovvero quel “sapere accademico” di cui sopra.
            Contadini, bottegai e manodopera non hanno i Lumi.
In quest’ottica, possono solo scegliere di sottomettersi a “chi ne sa più di loro”, o venirne schiacciati “per un bene maggiore”. La Francia rivoluzionaria ha visto la repressione sanguinosa della rivolta di chi non accettava l’imposizione di un sistema fiscale nuovo o del servizio di leva che sottraeva braccia al lavoro.
            Né crediate che i giovani epigoni dei “borghesi illuminati” siano migliori.
«Io, se mi trovo davanti il contadino vandeano, gli sparo»; «Chi gioca alla Vandea finisce male». Pare uno scherzo, ma sono le loro battute favorite. Dopodiché, ritornano tranquillamente a parlare di tolleranza e umanità, a criticare i cristiani fondamentalisti perché “se la prendono coi più deboli”. Di essere i loro eredi o i loro rivali non li sfiora nemmeno il dubbio. E, se li sfiora, lo tacciono, o s’inventano “di essere comunque più evoluti di loro”, perché “hanno eliminato dal proprio pensiero le superstizioni” - ovvero, il Dio personale e trascendente. Sono ossessionati dal desiderio di “distinguersi dal popolino”; lo tacciano di “qualunquismo”, perché - anziché di filosofia - si occupa di “baggianate” come mangiare, lavorare e sopravvivere. Atteggiamento aristocratico, da “governo dei migliori”, nel senso etimologico del termine. È un’aristocrazia dell’istruzione e non genealogica, ma tant’è.
Sono giustificazionisti verso la carneficina della Rivoluzione Francese, perché “ha eliminato i privilegi dell’Antico Regime”. In compenso, è un “barbaro”, un “intollerante” o un “bigotto” chi ha combattuto i soprusi capitalisti, o chi si permette di ricordare che le Crociate nacquero dalla solidarietà dei proto-europei contro le violenze sui pellegrini in Palestina.
            Cicero pro domo sua, insomma. Ci sono sangui compianti più degli altri - perché versati per ragioni che non ci interessano. L’importante è non estendere i propri lumi fino a rendersi conto che non esiste il bene di tutti. Esso è sempre e solo bene di un singolo o di una parte, che vogliono legittimare i propri interessi. E sia benedetta la “limitatezza” del “popolo”, quando rifiuta i filosofeggi infinocchiatori - quelli di chi vuol “rinnovare l’Italia” a proprio beneficio e in senso antidemocratico.

            Comunque, caro amico-della-prima-riga, Rousseau ha ogni ragione per essere ricordato fra gli illuministi. Con tua buona pace.

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