domenica 12 aprile 2015

Love Song for a Vampire

Bram Stoker's Dracula (1992; regia di Francis Ford Coppola) è noto come “la versione cinematografica più fedele di Dracula”. Si tratta di una fedeltà non tanto alla lettera, quanto alla sostanza del romanzo. Il film ostenta ciò che il libro adombra. I fantasmi che costruiscono le vicende dei protagonisti diventano carne e figura. Le lunari ed eteree vampire del castello divengono procaci, aggressive e ferine (penso che nominare Monica Bellucci renda l’idea). Se il Dracula letterario era evanescente e proteiforme, quello cinematografico di Gary Oldman cambia aspetto sotto i nostri occhi: da stravagante nobile romeno a guerriero, da giovane gentiluomo a belva. Lo scrittore poteva giocare intorno al “buco nero” in cui il suo vampiro consisteva sostanzialmente: non c’era alcun “Dracula oggettivo” in grado di autodefinirsi, presentarsi al lettore, avere un’esistenza autonoma. C’era solo la mole di diari, lettere e ritagli di giornale in cui i personaggi umani riportavano i propri punti di vista. Cosicché, fino all’ultimo, per il lettore rimaneva il dubbio sulla realtà dei fatti narrati e sulla salute mentale dei protagonisti. 

            Sul grande schermo, questo gioco non è possibile oltre un certo punto. Il cinema è visività, concretezza. Ecco che Dracula può e deve diventare un personaggio autonomo: una figura mutevole ma individuabile, con cui si può parlare e combattere. Che si può perfino amare.

            Diviene addirittura possibile porlo in una cornice storica, quella suggerita dallo stesso Stoker. Il film comincia con le guerre di Vlad l’Impalatore, voivoda di Valacchia (1431 ca. – 1476/77) contro i Turchi. Il copione gli attribuisce una sposa amatissima, di nome Elizaveta e interpretata dalla stessa Winona Ryder che dà il volto all’eroina Mina Harker. Della moglie di Vlad, storicamente, non si conosce il nome; pare che, per paura delle torture dei Turchi, si fosse gettata in un fiume, poi detto “Fiume della Principessa”. Coppola riprende la vicenda sviluppandola in senso romanzesco e fa di questa morte un suicidio per amore, in seguito alla falsa notizia della morte di Vlad. Un sacerdote proclama Elizaveta dannata per questo e Dracula si trasforma in una creatura demoniaca, per seguire la sposa nella sua pretesa dannazione. Si tratta di un’aggiunta consistente e che, di per sé, condiziona pesantemente l’interpretazione della storia. Però, non cade a sproposito. Rende ragione dell’ossessione del vampiro per le donne e del suo legame “privilegiato” con Mina, la reincarnazione del suo amore. Contribuisce anche a portare alla luce quanto di sottilmente erotico si trovava nel romanzo – rendendolo inspiegabilmente irresistibile per generazioni. Dracula è la passione che non muore mai, che non può essere soffocata nemmeno dall’inamidata società vittoriana e che è in grado di trasfigurare i volti che riteniamo di conoscere – e amare. Così come Eros, o come Zeus concupiscente, Dracula si trasforma di continuo, rimanendo sempre se stesso. L’amore è idealità così come è animalità –  c’è sempre da imparare dalle bestie, che mostrano all’uomo i suoi lati nascosti. E umanissimo è il grido di Dracula rivolto a Mina: “Non guardarmi!” La belva che si concede ogni sfrenatezza, davanti al volto amato, riacquista un senso della vergogna, una primitiva coscienza. Mentre lo zelo del santo si rivela odio per una parte di se stesso che non riesce a reprimere, l’emarginazione di un demonio è un disperato grido d’amore. Il finale, così come nel romanzo, è dettato da Mina, l’anello di congiunzione fra il mondo del lecito e quello dell’indicibile. La voce di Annie Lennox consegna il dolce, straziante messaggio della storia.


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