mercoledì 1 aprile 2015

La classe che non c'è

Pensando ai miei primi incontri con la Politica, le reazioni che ricordo sono sempre di diffidenza. So bene d’averle mutuate in famiglia e che sono state nutrite da un luoghi comuni inveterati come la pietra: La politica fa schifo, è tutto un “magna magna”, è un affare losco. Non intendo, qui, approfondire le radici di questi stereotipi (lavoro che non posso fare al momento e i cui risultati, ahimè, sarebbero prevedibilmente deprimenti).
            Più tardi, quel poco di educazione civica che ho ricevuto nelle scuole pubbliche mi ha permesso di realizzare questo: la politica è come la guida di una nave. Se la nave affonda, affondiamo anche noi che vi stiamo sopra. Da allora (epoca delle scuole medie), sono stata vaccinata alla radice contro la tentazione del qualunquismo.
            Sono rimaste, però, alcune difficoltà. E, ora che sono non matura, ma un po’ meno candida rispetto a dieci anni fa, ho anche modo di comprenderne il motivo.
            Appartengo alla classe che non c’è.
Sono approdata al mondo dell’università pubblica e dell’istruzione umanistica provenendo da una famiglia di piccoli commercianti ex-contadini. Ergo, non posso identificarmi col mondo brillante delle dinastie di avvocati, architetti e medici che fanno studiare i rampolli. Non posso identificarmi con coloro che sono figli e nipoti di accademici e, pertanto, nel mondo dell’università entrano nascendo con la camicia. Però, non posso nemmeno sentirmi incondizionatamente vicina a quel “popolo” inteso come quella parte della cittadinanza legata al territorio e alle tradizioni, lontana anni luce dai problemi complessi della cosa pubblica e ignara di cosa sia il bisogno di ampi orizzonti. Sono un mezzo-e-mezzo fra il mondo delle mie radici e quello della mia vocazione. Trovare la mia sfera di collocazione non sarà né immediato, né indolore – per quanto inevitabile.
            Oltre a questo squisito dilemma dovuto alla mia biografia personale, ce n’è uno assai meno privato. Ovvero, quella classe che non c’è. L’arcipelago dei piccoli commercianti, degli artigiani, delle modeste attività a gestione familiare, che costituisce tutt’oggi il tessuto economico nelle aree provinciali (ma quo usque tandem?). L’arcipelago di coloro che, nella cabina elettorale, si trovano a dover scegliere fra le seguenti possibilità:
1.      Chi propone tagli alle imposte sulle imprese (e sarebbe ossigeno, per questi elettori!), ma sostiene un tipo di liberismo che favorisce il grande capitale e strangola i piccoli esercizi che non possono sostenere la concorrenza;
2.      Chi propone di sostenere i servizi pubblici, lo stato sociale, l’istruzione pubblica a basso costo (tutte cose di cui questi non abbienti elettori hanno bisogno), ma li vuol finanziare con ulteriori tasse sulle attività private (sì, anche quelle piccole e con rendite non eccelse);
3.      Movimenti populisti che, magari, centrano perfettamente i problemi di questi elettori, ma vogliono risolverli con metodi sbrigativi che offendono il comune senso dell’intelligenza – o dell’umanità;
4.      Programmi semisconosciuti e che, per questi elettori, parlano di cose affini al sesso degli angeli.
Davanti a questo delizioso quadretto, la reazione dell’ “arcipelago dei piccoli autonomi” è invariabilmente una disaffezione alle urne, un votare tappandosi il naso o un rivolgersi a movimenti extraparlamentari di dubbia costituzionalità.

            Voi, intellettuali da salotto che avete avuto un’istruzione universitaria quasi per eredità avita (e che mi farete sempre storcere il naso, anche qualora dovessi sedere fra voi): non liquidate tutto questo come qualunquismo o ignoranza. Sì, tanti lavoratori autonomi sono sicuramente più ignoranti di voi. Ma… dato che nessuno “nasce imparato”, chi ha mancato al dovere di istruirli? Il disagio dell’Arcipelago ha radici oggettive. E le ha nella vostra incapacità, nel vostro abdicare alla vostra missione. Perché il problema resterà, finché chi ha gli strumenti intellettuali per creare una coscienza di classe non saprà rivolgersi anche ai “piccoli autonomi”. Finché non si griderà dai tetti che questi sono lavoratori, piantandola con la miopia che li accomuna ai “padroni”. Di questo genere è la rabbia che la classe inesistente prova verso la sinistra e che la porta ad abbracciare perfino il becerismo, pur di far sentire il proprio richiamo. Occorre un Partito dei piccoli commercianti e degli artigiani istruito e consapevole, capace di comprendere le esigenze concrete del suo elettorato senza chiuderle in una forma di egoismo collettivo populista. Questo non si potrà fare, se non di concerto con un’informazione divulgativa accurata (cartacea, audiovisiva, on line) e con un’istruzione pubblica che non rifiuti il rischio del pensiero critico. Forse, il ruolo sociopolitico dei mezzo-e-mezzo come me è proprio questo.

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