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Il "domani" e il "per sempre"


"Produci, consuma, crepa". Questa scritta a vernice spray su un muro mi è rimasta impressa dall’infanzia. Solo di recente ho scoperto che era un ritornello di Giovanni Lindo Ferretti. In ogni caso, difficile idearne di più eloquenti. Riassume perfettamente –e con sarcasmo squisito- l’intelligenza di certe “sore Cesire” davanti al “futuro”. Di coloro che ridono sotto i baffi, quando qualcuno dice che studia Lettere. Vien voglia di ricordare che il fidanzato di una mia amica sta per laurearsi in Ingegneria: bravissimo, sa calcolare a mente le strutture, ha già avuto esperienze in cantiere. Ma non trova un cane che voglia fargli far pratica, perché “la crisi” c’è per tutti, non solo per i poeti. Idem per L., diplomato come geometra. E gli unici che io abbia sentito far battute sconsolate sul proprio futuro sono studenti di Medicina o Giurisprudenza.
            Non passa giorno che non ringrazi il cielo per avermi dato genitori che nel cranio hanno un cervello, anziché banconote. Non ho niente contro “il mercato”. Basta che resti sulle bancarelle.
            Un professore di letteratura rinascimentale ha raccontato a noi studenti storie che mi azzardo a definire deliranti. ‹‹Alcuni genitori arrivano da me e mi chiedono: “Mio figlio vuol studiare Filosofia. Ma non sarebbe meglio… Ingegneria?”››. Come se da un ciliegio si potessero ricavar mele (o viceversa). ‹‹Io spiego loro che questo è il miglior modo per corrompere i figli. Per essere felici, occorre amare ciò che si fa.›› Come controesempio, ha proposto un suo conoscente: spiccicato al Giudice di F. De André. ‹‹Già da giovane era insopportabile. Quando ordinavamo una pizza in compagnia, lui ci sputava sopra, per tenersela tutta. Ora, “ha fatto soldi”, gira con un’automobile di lusso. Ma non sorride mai. E nessuno lo saluta.››
Questo per non riesumare il Mazzarò di G. Verga, disperato in punto di morte, perché non poteva portarsi via “la roba” in funzione della quale aveva vissuto. O mastro-don Gesualdo, sua evoluzione, o la duchessa di Leyra, pallida sotto la corona. E la “principessa Sissi”, morta assassinata, dopo una vita d’inquietudini e anoressia. L’apparenza aveva ingannato tutti. Perfino il suo assassino, che l’ha uccisa in quanto “troppo fortunata”. Se Verga ritraeva “i vinti”, io imito “i falliti”, quelli che vivono secondo quanto cantano i Nomadi: “Il mondo gettatelo via;/ma la vita… giù le mani, quella è mia.”
            Mi viene in mente una parabola:
“Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12, 19-20).
Quando si pensa al “domani”, meglio ricordarsi che non è per sempre.
 
 

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