lunedì 20 febbraio 2012

Humilitas

“È stupefacente l’origine obsoleta di tanti insulti correnti, compresi quelli che –di per sé- non sarebbero insulti. Tu mi hai chiamato pescivendola, con l’intento di denigrarmi; ma detto appellativo non significa altro che “donna che vende pesce”. Fa il paio con amenità quali bifolco e villano: ossia, “mandriano” ed “abitante delle campagne”. Non bisognerebbe sputare sugli agricoltori, poiché è grazie a loro che si mangia. E neppure uno spirito eccelso potrebbe esprimersi, se il suo corpo non fosse nutrito. Peraltro, la civiltà urbana e l’università (che ne è il prodotto) sono nate grazie all’invenzione dell’agricoltura, che ha permesso all’uomo di sedentarizzarsi.


 Puoi dunque capire come io sia impermeabile a consimili insulti classisti. Del resto, il mio sangue è realmente ‘plebeo’ per quattro quarti. Fino alla generazione scorsa, la mia famiglia viveva in campagna, in qualità di mandriani e coltivatori diretti. Il luogo ove io sono cresciuta è un centro di provincia che non può esser detto né città, né campagna. Mi sono risparmiata le fatiche della vita agreste, ma ciò non è esattamente un motivo di vanto.

            Parlo con orgoglio il mio dialetto, idioma colorito e sanguigno nel quale non entrano né ruffianerie, né le acrobazie di un finto politically correct. Mi hanno allevato persone parimenti rustiche e schiette, forse ruvide a volte, ma senza i cui insegnamenti la mia cultura sarebbe stata poco più che una nuvoletta di cipria. A casa mia, una vanga è una vanga, una scarpa è una scarpa e una pescivendola è una pescivendola, senza che tutto ciò offenda alcuna pruderie. E, per carità, lasciamo stare la politica: quel ‘meraviglioso’ meccanismo per il quale perfino la falce, il martello, la polenta e il dialetto diventano bandiere. Non abbiamo bisogno dell’ennesimo lenzuolo colorato.

            Mi dirai che dimentico il valore della cultura in senso umanistico. Non lo dimentico, invece; così come non dimentico che i miei nonni (licenza elementare) non direbbero una parola sconcia neppure sotto pena di morte. Mentre, in quel di Pavia, capita di udire certi laureati in Filosofia sciorinare un eloquio che farebbe scandalo nell’ultimo dei bordelli.

Forse, bisognerebbe ripassare quel bel motto che campeggia sullo stemma dell’Almo Collegio Borromeo: Humilitas. Guarda caso, ha la stessa radice di homo, che è anche quella di humus, “terra”. In altre parole, abbiamo scalato le vette della cultura, per ritrovare, in cima ai suoi palazzi, il richiamo a ciò che siamo. Esseri carnosi nutriti dalla terra, attraverso le mani dei villani –e delle pescivendole.



(A F. F.)

4 commenti:

  1. Io non darei del pescivendolo a nessuno: mi sembra una consuetudine ingiustamente offensiva nei confronti della categoria.

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  2. Guarda che quello veramente è il logo del collegio Don Mazza... non del Borromeo.

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    1. Grazie... la somiglianza inganna. ;)

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    2. Ho corretto l'illustrazione... anche se quasi nessuno notificherà la sostituzione, probabilmente. xD 'Sti loghi sono creati con una FANTASIA... lasciamo stare! xD

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