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Settima e ultima puntata. Conclusioni.

"Sissignori, la nostra analisi è giunta al termine – ma, in realtà, che cosa ha un termine? Suvvia, manteniamo un atteggiamento accademico. Basta scherzi. Dunque, dicevamo… ah, ecco. L’obiettivo prestabilito, come specificato nella premessa, era di condurre un ragionamento logico e funzionale che arrivasse a proporre un’interpretazione di un determinato oggetto; interpretazione che indossa le lenti dell’antropologia del mondo antico. Speriamo di non esserci riusciti; sarebbe meraviglioso, infatti, se qualcuno ci fosse riuscito meglio e in maniera più approfondita di noi (o, dovrei dire, di me. Ma continuiamo col formalismo del pluralis maiestatis). Consapevoli dei nostri limiti, ci scusiamo per gli errori senza dubbio presenti, dovuti più che a disattenzione o frettolosità, a semplice ignoranza nel campo delle lettere classiche.
Comunque. Non era nostra intenzione costruire un processo di “evoluzione” o “disvelamento” dei caratteri antropomorfici della porta. Anzi. Ciò che abbiamo voluto mettere in luce è consistito nell’aver mostrato le scelte consapevoli che tre autori della letteratura latina hanno compiuto, averle descritte, spiegate, messe in relazione a nessi antropologici d’un certo valore. In sostanza: abbiamo mostrato come una certa idea di mondo penetri la scrittura, oltrepassi le barriere, s’insinui tra le righe, si nasconda tra le ombre aulenti di versi almi e solari. Attenzione; non abbiamo disvelato qualcosa che era nascosto. Abbiamo mostrato..." (continua)


Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

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