mercoledì 30 maggio 2012

God Save the University

Da Inchiostro (Pavia), maggio 2012:


Due anni fa (01/02/2010), un decreto del Presidente della Repubblica ha sancito la nascita dell’ANVUR: Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca. Suo compito, come noto, è soppesare “la qualità dei processi, i risultati e i prodotti” (1) delle attività accademiche. Si compone di un Presidente, un Consiglio direttivo e un Collegio dei revisori dei conti. Il tutto fa capo al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Egli decreta la costituzione del Collegio e quella di un Comitato di selezione, che proporrà i possibili membri del Consiglio. Quest’ultimo eleggerà il Presidente e nominerà il Direttore.
La loro attività di valutazione, naturalmente, è finalizzata all’allocazione dei finanziamenti statali, nonché all’eventuale apertura/fusione/soppressione di sedi universitarie e corsi. Un’agenzia pagata dal Ministero dell’istruzione per risparmiare sulla pubblica istruzione.
Modello dell’ANVUR è il britannico REF: Research Excellence Framework. Ne parla la Professoressa Federica Pedriali, direttore del Dipartimento di Letteratura Italiana all’University of Edinburgh. Si trova a Pavia per preparare, tra l'altro, la traduzione inglese del monologo “L’ingegner Gadda va alla guerra” (F. Gifuni), con relativo apparato di commento. Il quadro da lei dipinto non è roseo.

Il REF è nato all’inizio degli anni ’90, in clima ancora thatcheriano. Il censimento cade ogni 5-7 anni; i tempi, in ogni caso, sono dettati dal governo. È suddiviso in aree disciplinari/campi di valutazione, di cui si occupano professionisti specialisti del campo. La loro nomina spetta a “professional associations”, come la “Society for Italian Studies”. I membri del REF mantengono rapporti di lavoro con gli atenei valutati, cosa che non favorisce certamente la valutazione imparziale. L’ANVUR italiana, almeno, non condivide quest’ultima pecca. (2) Contempla anche una maggiore apertura al complesso del mondo accademico. Il Consiglio direttivo, infatti, è affiancato da un comitato consultivo, composto da rappresentanti di accademici e studenti. È comunque una rappresentanza ristretta: 12 membri in tutto, per dar voce agli atenei italiani ed europei(3). Una “Candida Rosa” dantesca, che osserva dall’alto l’università e la ricerca. Una consimile gestione dei finanziamenti ha già prodotto, nel Regno Unito, campanilismo e ristagno. Con buona pace dell’ “universitas”. I ricercatori, infatti, evitano di collaborare coi colleghi degli altri atenei, perché rivali nel merito premiato dai finanziamenti pubblici. Merito che non tien conto dell’ordinaria amministrazione: il regesto delle attività svolte, necessario, ma che sottrae tempo alla ricerca vera e propria. Le valutazioni del REF, poi, sono pubblicate on line, nei siti dei vari atenei. Esse condizionano il numero d’iscrizioni e le concessioni di fondi per progetti particolari. Ulteriori danni economici, dunque. Né è possibile sapere dove un dipartimento o un ateneo pecchi, visto che le valutazioni sono complessive, non circa le singole attività. La ferrea rivalità fra atenei mantiene il sapere sotto l’ala governativa. Non a caso, in Italia come nell’U.K., sono penalizzati gli ambiti umanistici: quelli che approfondiscono la storia, la lingua e il pensiero necessari a dialogare col potere politico. Mentre si plaude ai 150 anni d’unità italiana, scompaiono i dipartimenti d’italianistica. E tanti saluti a una lingua di cultura studiata a livelli mondiali. Nella sua classifica delle riviste letterarie, l’ANVUR premia quelle vastamente vendute (pregio condiviso dai rotocalchi). Nella fascia A, figura “Nuova antologia”, dedita a tutto fuorché all’italianistica. In fascia C, cade “Studi danteschi”, punto di riferimento per il settore. In fascia B, ecco “Esperienze letterarie”, il cui Comitato direttivo annovera Cesare Segre. Non parliamo delle riviste militanti e/o sperimentali: il pensiero libero, si sa, deve essere gratuito. Meglio finanziare un sapere che non sconfina e non innova. La conclusione –giacché ci britannizziamo- è: “God save us all!”

   (1)     Decreto del Presidente della Repubblica, 1 febbraio 2010, n. 76, art. 3, c. 1 a).
   (2)     Ibid., art 8, c. 5.
   (3)     Ibid,, art. 11.

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