lunedì 21 maggio 2012

Poesia di vita o di morte


“Degli Ateniesi, la maggior parte perì nelle Latomie per malattia e cattivo nutrimento, poiché ricevevano due ciotole d’orzo e una d’acqua al giorno; non pochi di coloro che erano stati catturati di nascosto furono venduti, così come coloro che si erano fatti passare per servi. E costoro, come servi, furono venduti con un marchio a ferro di cavallo sulla fronte; alcuni dovettero subire anche questo, oltre all’essere schiavi. Furon d’aiuto a qualcuno la dignità e l’educazione; infatti, o vennero liberati presto, o furono tenuti in gran conto dai proprietari. Alcuni vennero salvati anche grazie ad Euripide.
 In effetti, a quanto pare, tra i Greci non continentali, quelli di Siracusa amavano particolarmente la sua poesia e, imparando brevi saggi e passi dai viaggiatori che giungevano di volta in volta, se li trasmettevano amorevolmente. In quell’occasione, dunque, si dice che molti di coloro che tornarono a casa sani e salvi abbracciassero fraternamente Euripide e raccontassero di essere stati affrancati dalla schiavitù, per aver insegnato ciò che ricordavano dei suoi componimenti, e che altri, dispersi dopo la battaglia, avessero ricevuto cibo ed acqua per aver cantato le sue arie. Non bisogna dunque stupirsi, se si dice che la nave che trasportava i Cauni nel porto, inseguita dai pirati, non fu dapprima accolta, ma respinta e che poi, quando fu chiesto loro se conoscessero i canti di Euripide, avendo essi risposto di sì, la nave ebbe il permesso ed attraccò.”



PLUTARCO

(Vita di Nicia, 29)

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