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"L'assassinio di un «fior di bolscevico»”: pagine buie di Manerbio

L'assassinio di un "fior di bolscevico": chi era?

Chi era Angelo Sanzeni? Fu dirigente socialista e vittima di un assassinio a sfondo politico per mano di squadristi fascisti, il 31 luglio 1922. Il fattaccio avvenne a Manerbio. Di indagarlo storicamente si è occupato Giordano Cavagnini: laureato in Storia presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, si occupa soprattutto di ricerca e studio nel campo della conservazione del patrimonio culturale. Una delle sue opere più recenti è lo studio sulla "città sociale" di Manerbio, compreso negli atti del convegno "Scienza e Beni Culturali" (2019). 

Giordano Cavagnini presenta "L'assassinio di un fior di bolscevico" a Manerbio.

Il 5 marzo 2026, al Teatro Civico "M. Bortolozzi" di Manerbio, ha presentato L'assassinio di un «fior di bolscevico». La metamorfosi fascista di Manerbio (1920-1922) (Brescia 2025, Liberedizioni). L'evento era il frutto della collaborazione fra il Comune e l'ANPI.

Il saggio ricostruisce la storia del suddetto Angelo Sanzeni: bracciante di ventisei anni e convinto socialista,  come dicevamo. Il suo assassinio avvenne alla vigilia di un grande sciopero di lavoratori agricoli.

Il contesto storico secondo Giordano Cavagnini

All'epoca, l'Italia era ancora uno Stato di diritto liberale. I contadini che scioperavano nel 1922 avevano combattuto per il Regno nella Prima Guerra Mondiale: non erano proprio "sovversivi" e "nemici della patria", quindi. Il delitto Sanzeni, a Manerbio, fu un caso unico e suscitò clamore nell'area tra Brescia e Cremona. Com'era stato possibile, quindi? E perché fu insabbiato?

Prima della Grande Guerra, le campagne erano un mondo antico e quasi immutabile, in cui i padroni delle terre avevano il controllo assoluto sull'esistenza dei contadini.

Dopo le sofferenze patite in trincea in nome dell'Italia, però, questi ultimi non si rassegnarono più a portare quel giogo come sempre. Esigevano una contropartita degna del servizio prestato in guerra. La crescita del socialismo italiano nel primo dopoguerra viene quindi letta da Cavagnini nel quadro delle rivendicazioni dei reduci: condizioni lavorative più eque e maggiore rappresentazione politica delle masse lavoratrici. Più che di un movimento rivoluzionario, si trattava di una forza tendente a una maggiore democratizzazione dell'Italia. Dei comunisti propriamente "bolscevichi" (cioè rivoluzionari), Cavagnini ha affermato che si trattava di una minoranza assoluta. Il "terrore dei rossi" era più che altro un'arma propagandistica dei ceti possidenti, davanti al loro rischio di perdere il controllo sulle masse. "Fior di bolscevico" fu la definizione di Sanzeni data da Augusto Turati, il maggior esponente del fascismo bresciano.

L'assassinio di un "fior di bolscevico": com'è stato possibile?

Cavagnini parla del "suicidio politico" dei liberali: possidenti e imprenditori, pur di non perdere il controllo sulle masse dei loro dipendenti, si allearono col nascente fascismo, più determinato dei militari a reprimere le agitazioni popolari. Bisogna tener conto anche della difficoltà dei partiti antifascisti nel far fronte comune. Considerati nell'insieme, erano la maggioranza; ma ebbero difficoltà a superare differenze e attriti fra di loro.

Davanti a questa situazione, si comprende bene cosa dice Cavagnini del clima di terrore instaurato dallo squadrismo. Lo scopo delle aggressioni non era tanto quello di uccidere gli scioperanti e i dirigenti socialisti, quanto di spaventare i contadini e scoraggiarli dall'attivismo politico. Non scordiamoci il controllo dell'informazione: il marchio di "bolscevico" imposto a Sanzeni è un esempio di come funzionasse la damnatio memoriae di chi si era esposto in prima persona.

 

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 226 (aprile 2026), p. 11.

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