venerdì 27 gennaio 2017

Dagli Appennini all'Atlante

Il presepe artistico di Angelo Bertelli, a Manerbio, è un’attesa rituale quasi quanto quella del Natale stesso. Come sempre, è stato allestito presso il circolo ACLI locale, di cui Bertelli è il presidente. La creazione è stata esposta durante la Shopping Night del 16 dicembre 2016. Data la situazione sociale e geopolitica, l’artista ha pensato bene di ambientare la Natività a metà fra un paesaggio nostrano e uno nordafricano. 

            Per rappresentare l’Italia, Bertelli aveva scelto il tipico scenario pastorale dei presepi. Le case mostravano tetti spioventi in coppi e pareti edificate in grandi blocchi, probabilmente di pietra. Le finestre erano chiuse da impannate. Fra due costruzioni, correva una terrazza che comunicava con una locanda. Dai balconi, si affacciavano ragazze indaffarate - e un giovane appoggiava al muro una scala. Le pecore si radunavano all’ombra o pascolavano su rilievi verdeggianti di muschio. Una fonte d’acqua calda sgorgava, come sempre, sotto lo sguardo di oche e altri pennuti. Per le vie di collina, s’inerpicava un frate. Tutt’intorno, gli antichi mestieri protagonisti di molti presepi: il pastore (ovviamente), il boscaiolo, il fornaio, il pescivendolo, il salsicciaio, la fruttivendola, la venditrice di ceramiche, lo zampognaro. Curiosamente, proprio in questa metà dello scenario - non in quella esotica - era collocata la tenda da cui partivano i Magi, dopo aver salutato un’odalisca.
            L’altra parte ricordava la casbah di Algeri o le città arabe dell’immaginario comune. Case quadrate e biancheggianti, con cupole o tetti piatti che fungevano da terrazze. Le finestre erano buie o chiuse da grate, probabilmente per conservare un po’ di frescura. Al posto del muschio, abbondava la sabbia. Le figurine umane si muovevano per vicoli ombrosi. I portici erano ampi e accoglienti, a tutto sesto. Al di sopra delle case, però, si ergeva un castello medievale tipicamente europeo, con cavalieri in tenuta da Crociati: un cortocircuito geografico e temporale, che creava ambiguità fra la Palestina e il Maghreb, fra i giorni nostri e il XII secolo.
           
In mezzo a tutto questo, era posta la Capanna. Essa portava - per così dire - dagli Appennini all’Atlante, la catena montuosa che contrassegna il Nordafrica. Ciò rendeva visibile l’ideale dell’universalità del Vangelo. Alcuni cenni alla storia del presepe erano esposti su un cartellone. Gli angeli erano descritti come creature celesti che sottolineavano la soprannaturalità dell’avvenimento; Maria e Giuseppe erano i principali adoratori del Figlio di Dio. Il ruolo del bue e dell’asinello si deve al teologo Origene (n. forse Alessandria tra il 183 e il 185 - m. Tiro 253 o 254), come simboli del popolo ebraico e dei “gentili” (ovvero, i non-ebrei). La grotta luminosa, l’asino e il bue compaiono anche nel Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo (600-625 d.C.), a cui si deve l’immaginario classico del presepe. Ai pastori, le didascalie attribuivano il ruolo dell’umanità da redimere, mentre i Magi (le tre età dell’uomo, o le tre stirpi nate da Noè) recano regali codificati da S. Leone Magno (toscano, morto nel 461): incenso per la divinità di Cristo, mirra per curare il corpo che lo rende umano e l’oro per la sua regalità. La piccola lezione di simbologia natalizia era coronata dall’albero, tradizione mitteleuropea di origine precristiana. Quello del circolo ACLI era decorato semplicemente con mele (= peccato originale) e pane (= Eucarestia e redenzione).


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 18.

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