mercoledì 6 luglio 2016

Mindfulzen

Un termine inglese si fa sempre più strada nel campo delle neuroscienze e delle psicoterapie: Mindfulness. È un termine difficile da tradurre e che, a propria volta, traduce un vocabolo in lingua pali: sati. Può essere reso come “consapevolezza”. Il sito del CISM (Centro Italiano Studi Mindfulness) la definisce come “uno stato mentale, «una modalità dell' essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com'è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente» (Teasdale), che può essere coltivato e stabilizzato attraverso particolari tecniche. È  uno stato mentale non concettuale, nondiscorsivo, nonlinguistico, e che soprattutto ‘apre’ a degli insight che portano alla comprensione profonda del funzionamento della mente stessa.”
            Questo campo di studi fu aperto dal biologo molecolare Jon Kabat-Zinn. Verso la metà degli anni ’60, cominciò a praticare yoga e meditazione come percorso personale. L’unione fra le sue conoscenze scientifiche (anche anatomiche) e di questa sua esperienza gli diede l’idea di creare un percorso strutturato adatto agli occidentali, col fine di ridurre il dolore e lo stress. Nel 1979, con il sostegno del primario di Medicina Interna del Medical Center dell'Università di Worcester (Boston –Massachusetts), fondò la prima Clinica per la riduzione dello stress basata sulla coltivazione della Consapevolezza.
            Proprio alla Mindfulness, figlia di questo matrimonio fra antico e nuovo, tradizionale e scientifico, si riferisce il maestro zen Tetsugen Serra (Milano, 1953), con il suo neologismo: Mindfulzen.
            Egli iniziò la propria formazione a Tokyo, col maestro Tetsugyu Soin Ban Roshi; ricevette il Dharma (= insegnamento) nel lignaggio di Harada Roshi dal maestro Tetsujyo Deguchi. Nel 1986, si diplomò Zen Master Shiatsu all’Istituto di Shitsuto Masunaga, presso lo Iokai Shiatsu Center, sempre di Tokyo. Rientrò in Italia nel 1988. A Milano, ha fondato il monastero Enso-ji (Il Cerchio) e la Scuola Zen Shiatsu. Nel 1996, è nato anche Sanbo-ji, il Tempio dei Tre Gioielli, a Berceto, in provincia di Parma. 

           Mindfulzen, naturalmente, è un modo per indicare il raggiungimento della Mindfulness attraverso la pratica della meditazione e l’esperienza della tradizione buddhista sino-giapponese. Come Kabat-Zinn, il maestro Tetsugen si rivolge esplicitamente all’uomo occidentale nelle condizioni di vita contemporanee: urbane, frenetiche, spesso invitanti all’egoismo e alla superficialità. Il gioco di rimandi fra esperienza secolare ed era digitale è evidente anche nel titolo del primo libro che Serra ha dedicato alla Mindfulzen: Zen 2.0 (Milano 2014, Cairo).
            Il focus dell’opera è la ricerca della felicità: qualcosa che sembrerebbe da inseguire, da afferrare, come il premio di una corsa. La concezione proposta dal maestro Tetsugen è l’inverso: la felicità è qualcosa che si trova dentro l’uomo, “la nostra condizione naturale di vita” (p. 10). Trovarla significa snebbiare la mente e “vivere ogni istante della vita per quello che realmente è e non solo per come pensiamo sia” (p. 9), perché “la mente, il corpo e lo spirito possono trarre gioia da ogni momento del vivere” (p. 10).
            Ciò che è necessario, dunque, è disintossicare la mente da una serie di veleni quotidiani: lo stress, la paura di essere inadeguati o “diversi”, le abitudini, le agitazioni emotive, le dipendenze - anche da modi di vivere o da credi. “La biologia molecolare sta iniziando a scoprire che, con appropriati stimoli, i nostri geni sono tanto modificabili quanto le nostre cellule. Fornendo gli stimoli chimici e neurologici giusti, possiamo sbloccare la ripetitività, il condizionamento della nostra mente. Darle la possibilità di pensare libera dagli schemi che si sono formati negli anni” (p. 12). Quegli stessi schemi che ci fanno spesso considerare il presente una situazione scomoda in cui vivere, o che ci convincono di essere in qualche modo “inadeguati”; che ci bloccano in un ricordo infelice, o che ci fanno rimandare felicità e iniziative al futuro. Che ci fanno appiccicare etichette alle persone “conosciute” o che generano pensieri che aumentano il peso del vivere.
            I consigli del maestro Tetsugen sono semplicissimi. A volte, comprendono carta e penna: contemplare una linea e un punto, per capire se si è più attratti dalla prima (= fuga dal presente) o dal secondo (= immersione nel reale); elencare i momenti di contrarietà della giornata, per prendere coscienza del perché ci abbiano reso infelici. Di fondamentale importanza, però, è la respirazione, fulcro delle pratiche spirituali asiatiche. Dalla profondità del respiro dipende quella del sentire. Esso deve essere circolare (senza pause fra emissione ed immissione dell’aria), coinvolgere tutto il corpo, essere fluido e coinvolgere un solo canale (o naso, o bocca).
            Sul modello dell’Ottuplice Sentiero, Serra propone otto punti fondamentali per l’esercizio della Mindfulness: il non-giudizio (non giudicare cose e persone, lasciare che si manifestino a noi così come sono); la pazienza (non forzare i tempi naturali); la mente principiante (libera da preconcetti); la fiducia (non voler dominare tutto ciò che accade); l’assenza di aspettativa (non restare mentalmente attaccati alle esperienze già vissute o a ciò che si vorrebbe); l’accettazione (prendere atto della realtà);  il lasciare la presa (abbandonare l’idea di poter/dover controllare tutto e tutti); l’amore (passare all’azione per il bene altrui).
           
“Naturale” seguito di Zen 2.0 è Zen 3.0 (Milano 2015, Cairo). Stavolta, Tetsugen Serra si focalizza sulla pratica della meditazione. Racconta la giornata dei monaci zen: si alzano prima che sorga il sole e si siedono in zazen (tipica meditazione a gambe incrociate). “Il monaco zen è già sveglio, pronto a cogliere il risveglio della vita e della natura. Egli non entra nella giornata già iniziata, ma sorge con il sole..” (p. 40). Il suono della campana tibetana riempie tutto lo spazio dell’universo: “Il giorno sta nascendo, noi nasciamo con esso, non c’è assolutamente nient’altro” (p. 48). Per chi non vive in un eremo, è possibile scegliere una suoneria dolce per la sveglia, per “ricostruire” il corpo abbandonato nel sonno. E, naturalmente, si consiglia di portare il respiro via via in ogni punto del corpo.
            Uscendo di casa, la domanda da porsi sarebbe: “qual è la motivazione principale del giorno?” (p. 68). Ed è veramente nostra? Anche questo interrogarsi al mattino, secondo il maestro Tetsugen, è meditazione. Naturalmente, sono necessarie compassione e autoironia. Meglio superare le soglie col piede sinistro: quello compreso nella parte del sistema nervoso che regola le emozioni profonde e gli istinti. In questo modo, ci si ricorderebbe di ascoltare anche l’intuito, mentre la ragione ha la funzione di riequilibrare.
            Questa cura, questa consapevolezza - Mindfulness, appunto - si estende a ogni momento della giornata. Impedisce di comprare cose inutili, di rubare spazio agli altri, di caricarsi di stress non necessario. Mostra come il cibo che mangiamo sia energia dell’universo - quindi sacro e prezioso. Elimina la sensazione di essere separati e minacciati dal mondo circostante, nel quale una persona consapevole entra - invece - con la pacata sicurezza del leone nel proprio habitat. Tiene lontani i Tre Veleni: rabbia, avidità, stoltezza.
            La Mindfulzen non è un risultato conseguibile una volta per tutte. Come spiega il maestro Tetsugen, “è un continuo divenire della nostra mente e del nostro cuore, un’incessante trasformazione consapevole nella nostra vita” (Zen 2.0, p. 164). Soprattutto, non è appannaggio di nessuna setta, istituzione o dottrina. “La spiritualità appartiene a ognuno di noi per il solo fatto di esistere […] la meditazione appartiene all’essere umano che vuol essere consapevole del proprio vivere e conoscere la profondità della propria esistenza” (p. 59).

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (6 luglio 2016).

2 commenti:

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