giovedì 24 settembre 2015

Di cosa stiamo parlando?

Ieri, ho avuto la gioia di rimettere piede in un circolo che, per ragioni logistiche, non posso frequentare troppo spesso. Abbiamo parlato di sessualità – e una persona che conoscevo bene ha affermato che non vedeva il bisogno d’avere una morale, fatta eccezione per il rispetto reciproco. Benché io abbia taciuto, mi è squillato un campanello nella testa. Cosa c’era di strano? Solo ora, dopo un poco di riflessione, so rispondere. 

            Ho sentito troppe volte una frase del genere uscire dalle labbra di chi si è vantato d’aver più volte tradito l’anima gemella, che ne soffriva. O dalla bocca di chi si è trovato un buon partito “per sistemarsi, perché è pieno di soldi” – continuando, nel frattempo, ad avere avventure intime di ogni genere, all’insaputa del “buon partito”. O anche dalla stessa lingua che ha divulgato la mia privacy alla persona sbagliata. Mi sono dunque detta: di cosa stiamo parlando?
            Per deformazione professionale, mi sono attaccata allo Zingarelli 2003 e ho trovato: “rispètto o †respètto [vc. dotta, lat. respěctu(m), da respĭcere ‘guardare’, comp. di re- e spěcere ‘guardare’, di orig. indoeur.; av. 1292]”. Vi risparmio la sfilza di definizioni che segue. Mi limito all’etimologia: l’atteggiamento di chi resta a guardare, rinunciando all’iniziativa e all’imposizione della propria forza. Ed è un atteggiamento che s’impara. Fin da bambini, le persone che ci crescono non fanno che indicarci modi e situazioni che richiedono di trattenere i propri impulsi. Così ci si allena a vivere in mezzo agli altri, a coordinare le nostre esigenze con le loro. Ciò non si può fare senza una morale di qualche genere, ovvero una nozione dei mores (= costumi, usanze condivise).

            Ergo, mi spiace per le persone a cui ho alluso, ma non possono dire di saper rispettare il prossimo, se rinnegano la necessità di una morale. Visto il modo in cui si sono comportate, affermerei – piuttosto – che la loro bella frasetta è solo uno schermo per abbellire la loro amoralità, il loro opportunismo. Forse, è questa l’ipocrisia del terzo millennio: chiamare “emancipazione” e “apertura” il proprio menefreghismo verso il prossimo. Una trappola foderata di seta, per cadere nelle lusinghe di chi usa i nostri sentimenti per spillarci divertimento e favori – ridendo alle nostre spalle della propria superiore intelligenza, del proprio successo. Non è nemmeno reale cattiveria, perché chi è amorale non ha la nozione del “far del male”. Ma, sicuramente, la predica sul “rispetto” andrebbe lasciata a tutt’altri pulpiti.

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