mercoledì 29 gennaio 2014

Summa pietas, summa impietas


“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…” Ogni volta che penso al cap. 23 del Vangelo secondo Matteo, rimastico la durezza di queste parole. Un’invettiva lunga, rispetto ai consueti rimproveri di Cristo. E rivolta ai farisei. Ai pii per eccellenza.
            Agli occhi d’un ingenuo lettore odierno, i farisei evangelici, tecnicamente, non dovrebbero sembrare “brutte persone”. Non uccidono, non rubano, non fornicano. Sono decorosi nel contegno. Pregano e non frodano in fatto di imposte al Tempio. Sono, insomma, quel genere di persone a cui, ancora oggi, si fa tanto di cappello e di cui fa piacere essere visti in compagnia. Doveva essere così anche ai tempi di Gesù, se Lui diceva: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini…” (Mt 23, 5). Perché una così speciale durezza verso di loro, dunque? E sì che c’era del marcio in Palestina… Romani invasori, pubblicani avidi e collaborazionisti, prostituzione, sedizioni, omicidi, adulteri, mancata osservanza religiosa. Ma contro chi si sporca le mani con tutto questo Gesù non dice una parola. Chiede conversione, certo. Però, non si scatena in Lui quella furia che gli provocano i farisei. Questi “legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23, 4). Conoscono a menadito ogni sorta di precetto religioso, dai celeberrimi Dieci Comandamenti alle minuzie di vita quotidiana. Una cultura invidiabile. E per pochi. Oltre a essere un tantino impraticabile nella propria integralità, tanto che, stando a Cristo, neppure gli stessi farisei ce la facevano (Mt 23, 3). Erano ὑποκριταί, “attori” che recitavano un ruolo sociale. La loro vita non era che un insieme di gesti da performare. Dalla levigatezza dell’immagine che ne risultava dipendeva anche la loro autostima. Che non doveva essere infima, se si erano seduti addirittura “sulla cattedra di Mosè” (Mt 23, 2). Eloquente in questo senso anche l’apostrofe del parente di Cristo, Giovanni Battista: “Razza di vipere! […] non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre” (Mt 3, 7-9). Come a dire: “Abbassate la cresta, perché non siete poi così speciali, né così santi”.
            Ma il risvolto più doloroso del farisaismo doveva essere un altro. Da quella benedetta “cattedra di Mosè”, i farisei –secondo Cristo- chiudevano il regno dei cieli davanti agli uomini (Mt 23, 13). Il loro culto della purità finiva per creare una vastissima “casta” di esclusi: tutti coloro che non potevano raggiungere la cultura religiosa di scribi e farisei, o che non potevano permettersi la perfezione dell’osservanza, per esigenze di vita quotidiana. Quanti avranno potuto pagare la decima con la loro stessa esattezza? Quante prostitute avranno controllato se i clienti fossero circoncisi o meno? Per non parlare di lebbrosi, pubblicani, adultere… tutte le “pecore perdute della casa di Israele”, a cui Cristo si rivolgeva (Mt 15, 24).
            La condanna va a una religione divenuta strumento di “oppressione dei deboli”, oltre che pura apparenza. I bersagli di Cristo non sono persone “belle e vuote”. Sono pienissime, purtroppo: di putridume (Mt 23, 27). Per inseguire una farragine di precetti, hanno dimenticato il cuore della Legge: “la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23, 23). In altre parole, tutte le virtù su cui si basavano quella coesione e quella solidarietà ebraiche che stupivano i Gentili nella Diaspora.
            “Fariseo” in senso evangelico è dunque chi, in nome della pietas precettistica, dà luogo all’etichettatura degli “impuri”, all’avvilimento degli “sbagliati”, rompendo la solidarietà tra gli uomini. L’unico atteggiamento a scatenare la condanna di Cristo.

Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

(Mt 15, 8-9; cfr. Is 29, 13)

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