lunedì 13 gennaio 2014

Goliardia e Università



“Accontentiamoci, per andare avanti, di dire che la Goliardia è legata all’università in questo modo: si può essere universitari senza essere goliardi, ma non si può essere goliardi senza essere universitari.
Almeno questo bisogna accettarlo. Non mi si obbietti che moltissime persone estranee al mondo universitario vivono e si comportano più goliardicamente di certi goliardi con tanto di feluca e mantello.
Intanto risponderò che non bastano feluca e mantello a rappresentare il goliardo, ma rappresentano solo l’intenzione, l’anelito, la buona volontà di esserlo. Ed è già buona cosa. Gli altri, i non universitari, ‘si comportano goliardicamente’ e basta. Non dico che ci copiano, per carità. Non abbiamo inventato noi la gioventù, né la ribellione, l’ironia, l’irriverenza scanzonata, le burle, l’anticonformismo, le canzoni, le poesie, l’audacia, la fratellanza, e via sciorinando… Dico solo che chi mostra queste doti e le inquadra in una consapevolezza che parte dall’indossare feluca, manto e insegne, e arriva al riconoscere leggi comuni, all’accettare comportamenti codificati da una particolare tradizione, è sulla buona strada per diventare un goliardo, ma solo se è contemporaneamente un universitario, o lo è stato. Se no, è soltanto uno che ‘richiama alla mente’, che ‘fa pensare’ ad un goliardo, ma non lo sarà mai. Ripeto, mai, se non si iscrive all’università.
Almeno questo, lasciatecelo. È già scomparso, con l’università di massa, tutto quanto di élitario era legato un tempo allo ‘status’ di studente universitario. E, diciamolo pure, non ci dispiace. Era un’elitarietà che sapeva di sopruso, di ingiusto privilegio di casta, di rendita parassitaria.
Se mi si può passare il paragone, rassomiglia all’orgoglio maschilista precedente alla liberazione della donna (anni ’70). Il maschio di allora si trovava a godere nei confronti della donna di privilegi codificati e tramandati da secoli, senza aver fatto la minima fatica per meritarseli. Quindi, facilmente, ne abusava. Adesso che la donna sceglie, adesso che è lei a pretendere prestazioni sessuali all’altezza del suo conquistato diritto all’orgasmo, adesso che nei discorsi fra amiche parla delle dimensioni del nostro cazzo negli stessi termini con cui per secoli noi abbiamo parlato delle sue tette e del suo culo, adesso il maschietto è in difficoltà, e batte in ritirata. Piuttosto che ingegnarsi a domare questa nuova, magnifica puledra esigente, preferisce sospirare e rimpiangere i tempi in cui cavalcava e bastonava tutto tronfio l’asinella cieca.
La nuova élitarietà, quindi, è meno scontata, ma proprio per quello è più rara, e quindi preziosa. Non nasce più da un tesserino, ma da come ti sai muovere quando ti metti in capo una feluca. È, o almeno può essere, la nuova élite dell’essere goliardo. Che ‘deve’ essere Universitario, come abbiamo detto, ma sa che ciò non basta.
Comunque ci interessa legare i due concetti, per spiegare che la goliardia è andata mutando col mutare della situazione universitaria, in primis, storico-politica in sæcundis, sociale in tertiis.
Per quanto riguarda l’università italiana del dopoguerra, occorre tener presente che gli atenei sono passati dalle poche migliaia di iscritti alle molte decine di migliaia, nel volgere di trent’anni (negli ultime quindici la situazione si è stabilizzata) e, quel che è peggio, conservando quasi dappertutto le stesse strutture. Si pensi che, a Torino, capitale mondiale dell’automobile e della tecnologia industriale, han dovuto ricorrere all’affitto del cinema per tenervi le lezioni più affollate!
Questo è frutto della demagogica legge n.910 sulla liberalizzazione degli accessi all’università, emanata l’11 Dicembre 1969 sotto la spinta delle sinistre, legge che ha prodotto, produce e produrrà devastazioni inimmaginabili nel livello di preparazione medio dei laureati. Si pensi che ancora a Torino, per creare una qualche forma di sbarramento nei corsi di Italiano della facoltà di Lettere, presa d’assalto da torme di periti, maestri d’asilo e sommeillers della scuola alberghiera, il Prof. Massano ha dovuto inventarsi la prova del ‘dettato’. Il dettato, sì, il dettato! Proprio quello che si faceva alle elementari! Dettano un testo qualsiasi, preso dal giornale del mattino, e chi fa un solo errore di ortografia, bocciato. Beh! Ne riescono a scremare una buona metà! E questo non per colpa dei poveri periti, ai quali è stato sventolato un vecchio blasone ormai stinto (che però continua a far presa nelle menti dei semplici, come sempre in ritardo sui fenomeni storici, perché è più facile sradicare una sequoia che una credenza popolare), ma dell’insipiente legislatore. Costui, all’insegna del populismo, del facilismo, dell’egualitarismo di facciata (‘todos caballeros!’), ha inventato la scuola dell’obbligo, nella quale, si sa, un diploma non si nega a nessuno, perché serve a lavorare, ecc…
Hanno abolito il voto (discriminatorio!) sostituendovi il ridicolo ‘giudizio’. E dire che sarebbe bastato, se proprio non si voleva negare a nessuno il pezzo di carta per lavorare, mantenere il voto, e riservare la possibilità di proseguire gli studi solo a chi si trovava al di sopra di una certa media. Così gli asini avrebbero avuto il loro diploma per andare a fare gli uscieri in municipio, ma non avrebbero potuto intasare i banchi del liceo, prima, e dell’università, poi. Questo, comunque, è quanto offre l’università attuale, con l’aggravante della lottizzazione delle cattedre, dei concorsi-burla, delle abilitazioni ‘ope legis’ e comunque dell’approdo alla docenza di tutta quella classe di furbacchioni che strappò la laurea negli anni caldi della contestazione a suon di esami di gruppo e di 18 ‘politici’.
I goliardi, come abbiamo detto, sono figli del loro tempo, e soprattutto della loro università. Cultura tradizionale, o cultura alternativa, ha poca importanza. La carenza sta nella preparazione di base, e la cultura che ne segue è quella che è.”
Da: Gaudebamus, Igitur. Dieci secoli di Goliardia, dai Clerici medioevali ai Clerici Vagantes contemporanei, (“Le Feluche”), Torino 1992, Orient Express Editrice, pp. 107-109.

4 commenti:

  1. Credo di doverlo leggere.

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    1. Probabilmente, non è più in commercio. Ma l'autore ne ha copie... e, in ogni caso, dovrebbe essere disponibile nelle biblioteche. :)

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  2. Alcuni dicono che il '68 abbia livellato al basso la qualità dei corsi di laurea, con il pretesto dell'"università per tutti".

    Adesso c'è una sfida un po' diversa: pensare cioè che la cittadinanza nella società della conoscenza non può prescindere da alcuni strumenti culturali, che l'istruzione nel complesso deve fornire. Si tratta di puntare più in alto, un po' per tutto. "Come" è la domanda a cui rispondere. Sono abbastanza sicuro che la risposta non sia in ogni caso a costo zero.

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  3. Negli anni della contestazione forse si credeva che l'università per tutti fosse un bene in sé. Ma questo ha comportato, pare, un livellamento verso il basso (per quanto, insomma, la mia esperienza non è certo quella di un corso di studi così facile).

    Adesso, la sfida è diversa. La sfida è quella di costruire la cittadinanza nella società della conoscenza. Ciò significa che il sistema scolastico (inteso nel complesso) deve fornire a tutti gli strumenti culturali per vivere in una realtà in cui tutti sono a contatto con informazioni di ogni tipo; deve fornire a tutti gli strumenti per difendersi da venditori di falsità, ciarlatani, medicastri, sobillatori del popolo.

    Il "come" è la risposta da capire. Sono convinto che non sia una risposta a costo zero, in ogni caso.

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