martedì 14 gennaio 2014

Il partitismo nelle università





“Parallelamente, la politica si faceva largo nelle Università attraverso i galoppini dei partiti, che dovunque muovevano alla scalata delle Associazioni Studentesche, di fresco ricostituite. Vi furono città, come Firenze, in cui l’AGF rimase sempre saldamente in mano ai goliardi, pur in presenza di un parallelo ordine goliardico, e altre, come Torino, in cui i goliardi, in nome del sacro principio dell’apoliticità e dell’apartiticità ribadito a Venezia nel ’46, si ritirarono volentieri nella cittadella dell’Ordine Goliardico, giocattolo magico ed esclusivo, puro, ma avulso dal mondo del potere, e lasciarono l’ATU prima e l’ORUT poi nelle mani delle fazioni politiche.
Fazioni che non avevano tardato a palesarsi, fin dagli ultimi anni ’40: i cattolici che avevano formato l’Intesa (che comprendeva la FUCI, la DC giovanile e l’Azione Cattolica), i comunisti avevano il M.U.D. (che riuniva FGC e Indipendenti di Sinistra), i Missini avevano il FUAN, i liberali si chiamavano G.I. (Goliardi Indipendenti), e la stessa U.G.I. (che avrebbe dovuto essere la federazione apolitica delle varie associazioni goliardiche italiane come l’ATU, l’AGF ecc…) finì per colorarsi di rosso dopo pochi anni, fra spaccature, polemiche e scissioni. […]
Lo spirito di competizione esibito dai ‘politici’ per contendere ai goliardi i posti negli Organismi Rappresentativi Universitari dei vari atenei era incoraggiato dalle segreterie, ed esasperato anche da quel livore che gli sfigati hanno da sempre nei confronti di chi ‘cucca’, i rusconi nei confronti di chi sa divertirsi, ed i secchioni nei confronti di chi impara senza sforzo. Abituati, poi, alle veline e alla disciplina di partito, i ‘politici’ avevano imparato a temere la fantasia, l’intelligenza, l’ironia di liberi pensatori come i goliardi, i quali, ad onta dei loro processi alle matricole e della loro gerarchia interna, erano per il resto assai refrattari agli indottrinamenti. Non è che fossero disimpegnati o, come si disse ossessivamente a cavallo del ’68, ‘qualunquisti’. Molti goliardi erano schierati politicamente, ed anche in posti di rilievo. Ma si rifiutavano di portare il cervello all’ammasso e, soprattutto, di portare la feluca (simbolo di libertà e tolleranza) negli arenghi politici, faziosi per definizione.
Inizialmente (e fin oltre il fatidico ’68) gli Ordini Goliardici furono fatti oggetto di infinite blandizie da parte di questo o quel partito politico: offerte di finanziamenti, di basi logistiche, di accesso ai media, sempre declinate. Bisogna onestamente sottolineare la nobiltà e la coerenza di questo nostro costante rifiuto, nel nome dell’indipendenza e della libertà di pensiero, allorché ci si interroga sulle ragioni dell’evoluzione del fenomeno goliardico da movimento di massa, di piazza, socialmente rilevante, a fenomeno di élite, seminascosto e socialmente irrilevante.
Nel dopoguerra, comunque, fu tentata un’opposizione all’intrusione dei partiti politici nelle università. La situazione, come si è detto, cambiava da città a città e di anno in anno, ma purtroppo si arrivò alla vigilia del fatidico ’68 con la goliardia quasi completamente fuori dagli organismi rappresentativi.”


Da: Gaudebamus, Igitur. Dieci secoli di Goliardia, dai Clerici medioevali ai Clerici Vagantes contemporanei, (“Le Feluche”), Torino 1992, Orient Express Editrice, pp. 114-115.

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