martedì 15 gennaio 2013

Petrarca fantastico




Sarà la sessione d’esame, sarà il mio cervello disposto sempre a saltare di palo in frasca, ma mi è accaduto, recentemente, un episodio di serendipità letteraria. Di quelli che mostrano come, in campo umanistico, “vicino” e “lontano” abbiano un significato molto relativo.
    Ho letto, finalmente, La Morte Amoureuse (“La morta innamorata”) di Théophile Gautier (1836). L’edizione è quella offerta dalla Société Théophile Gautier. È citato da Remo Ceserani, nel suo saggio Il fantastico, (“Lessico dell’estetica”), Bologna, 1996, Il Mulino. Il racconto sarebbe un esempio di ciò che Sigmund Freud chiamava Das Unheimliche, “il perturbante” (1919): un senso di disorientamento e angoscia, il dubbio sulla natura di ciò che s’incontra. Nel racconto di Gautier, il prete Romualdo non sa se l’amatissima e tentatrice Clarimonda sia donna o demone, vivente o spettro, realtà o sogno. Ma non è questo che mi ha colpito maggiormente. Né il fatto che la “morta innamorata” sia un tassello pregevole della letteratura sui vampiri (croce e delizia, ma soprattutto delizia, della mia psiche distorta). La sorpresa è stata rivedere, in Romualdo, il caro, vecchio, Francesco Petrarca (1304-1374).
Non credo che Gautier l’abbia fatto apposta. Stando a Ceserani, l’influsso gli venne, piuttosto, da E.T.A. Hoffmann (Gli elisir del diavolo, 1815-16). Però, guarda caso, anche Romualdo è italiano. E, come Petrarca, è cresciuto nel fervore religioso e negli studi. Tutto lo indirizza a una vita d’ascesi e preghiera. Ma uno sguardo lo pone davanti a un bivio. Proprio in chiesa, durante la cerimonia dell’ordinazione sacerdotale, gli appare Clarimonda.

Profecto et illius occursus et exhorbitatio mea unum in tempus inciderunt.

(F. Petrarca, Secretum, III) 

Ancor più di Petrarca, Gautier insiste sulla magia di quella vista, sulla tragica ironia che ha situato la crisi proprio nel luogo e nell’occasione più insospettabili. Il romanziere si dilunga sull’incanto della “rivelazione angelica”; subdolamente, avvicina l’esperienza di Romualdo al battesimo di S. Paolo: Ce fut comme si des écailles me tombaient des prunelles. L’atmosfera di stupefazione ricorda certe… chiare, fresche e dolci acque.

Così, carco d’oblio,
il divin portamento,
e ‘l volto, e le parole, e ‘l dolce riso
m’aveano, et sì diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
‹‹Qui come venn’io, o quando?››

(F. Petrarca, Canzoniere, CXXVI) 

Tuttavia, nel Canzoniere, la musicalità è tanto studiata, il lessico tanto rarefatto da annullar quasi il tormento dei sentimenti. Tormento che, invece, il francese modula e snoda in boccoli di dettagli tra l’analitico e il morboso. Dà carne e sangue alla vicenda amorosa, forse alla personalità del poeta stesso.
            Clarimonda ricorda a puntino la bellezza bionda e aristocratica di Laura. Ma con più plasticità. In un certo senso, ci rivela il volto della donna petrarchesca.
 
            Elle était assez grande, avec une taille et un port de déesse; ses cheveux, d’un blond doux, se séparaient sur le haut de sa tête et coulaient sur ses tempes comme deux fleuves d’or […] son front, d’une blancheur bleuâtre et transparente, s’étendait large et serein sur les arcs de deux cils presque bruns, singularité qui ajoutait encore à l’effet de prunelles vert de mer d’une vivacité et d’un éclat insoutenables.

            Come Francesco, Romualdo rivede la donna intorno a sé, come una presenza infestante e desiderata assieme: ombre, orme, scintillar d’occhi, sempre illusori.

I’ l’ò più volte (or chi fia che mi ‘l creda?)
ne l’acqua chiara et sopra l’erba verde
veduto viva, et nel tronchon d’un faggio,
e ‘n bianca nube…

(Ibid., CXXIX)

Uno smarrimento, un dubbio tra realtà e allucinazione che è “perturbante” ante litteram.
            La morte di lei non la allontana. Anzi, paradossalmente, apre la via al ricongiungimento degli amanti.

Alma felice, che sovente torni
a consolar le mie notti dolenti
con gli occhi tuoi, che Morte non à spenti…

(Ibid., CCLXXXII) 

Però, quella sublimazione che pacifica Petrarca e santifica il ricordo di Laura è inaccessibile a Romualdo. Clarimonda torna con tutto il peso della carnalità, addirittura avvolta nel sudario. Non solo morte bella parea nel suo bel viso (F. Petrarca, Triumphus Mortis, v. 172), ma la descrizione della sua salma è piena di sottile necrofilia: Elle était aussi charmante, et la mort chez elle semblait une coquetterie de plus… La sua dipartita è

…quel che morir chiaman gli sciocchi (ibid., v. 171).

Non perché, come Laura, abbia un posto fra i beati, ma perché il bacio (poi il sangue) dell’amante la rianima.
Comincia così, per il giovane prete, quello sdoppiamento di sé che il poeta aveva invece sperimentato durante la vita dell’amata.

À dater de cette nuit, ma nature s’est en quelque sorte dédoublée, et il y eut en moi deux hommes dont l’un ne connaissait pas l’autre. Tantôt je me croyais un prêtre qui rêvait chaque soir qu’il était gentilhomme, tantôt un gentilhomme qui rêvait qu’il était prêtre.

Gautier inscena e porta nel regno del fantastico quel dramma che Petrarca rivela a Dionigi da Borgo San Sepolcro: il suo essere un “doppio uomo”, aspirante al monachesimo da una parte, vocato a passione e mondanità dall’altra. Come lui ha il S. Agostino ideale del Secretum, Romualdo ha l’abate Serapione. Entrambi inquisitori e chiaroveggenti, incarnazioni d’una coscienza implacabile. Ma il secondo è ancora più inquietante. I suoi occhi sono di leone; mentre riesuma Clarimonda, è tanto duro e selvaggio da parer diabolico. Al contrario del poeta, Gautier non ha empatia verso “le ragioni dello spirito”, in cui vede solo l’oppressione d’un’autorità arcigna. Per colpa di Serapione, il giovane trova che

…le crespe chiome d’or puro lucente,
e ‘l lampeggiar de l’angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso,
poca polvere son, che nulla sente.

(F. Petrarca, Canzoniere, CCXCII)

Una libertà e una ricomposizione amarissime. Tutto l’amore di Dio è a malapena sufficiente a compensare la perdita. Se Petrarca ha una Vergine bella su cui trasferire il proprio canto, Romualdo deve far morire metà di se stesso. Ciò che piace al mondo non è un sogno così breve, dopotutto. Anzi, forse non è affatto sogno.
            La somiglianza tra la vicenda “fantastica” e quella biografica mostra come questa modalità dell’immaginario non sia puro divertissement. È uno strumento per indagare gli aspetti più sfuggenti e incodificabili della psiche. Delinea anche cosa fosse il senso del peccato e quale peso avesse l’istituzione (religiosa, ma non solo) sulle scelte di vita. Sarà un caso se La Morte Amoureuse si trova in una collana di scienze sociali?


Le opere di Francesco Petrarca sono citate nelle seguenti edizioni:

·        Francesco Petrarca, Canzoniere, (“Oscar classici”), a cura di Alberto Chiari, Milano, 1985, Arnoldo Mondadori Editore;

·        Francesco Petrarca, Secretum, a cura di Ugo Dotti, Milano, 2000, BUR;

·        Francesco Petrarca, Triumphi, a cura di M. Ariani, Milano, 1988, Mursia.

1 commento:

  1. La tua analisi dimostra che le costanti dello spirito umano e delle multiformi esperienze psicologiche in cui una persona può incorrere nella vita si declinano in infinite varianti lungo tutta la storia della nostra cultura. La versione quasi pre-decadente del romanzo di Gautier delle situazioni petrarchesche è il plausibile risultato dell'entrata del modello trecentesco nell'orbita sentimentale quasi morbosa di certo romanticismo 'avanzato'.

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