domenica 13 gennaio 2013

Sarà quel che sarà

L’ultima notte dell’anno è un buon momento per far ciò che non si ha mai fatto. Così, la sera di S. Silvestro 2012, mi sono guardata tutto Gli Aristogatti. La mia cinefilia, piuttosto recente, mi sta facendo riscoprire i classici Disney. Non ho potuto godermeli adeguatamente, durante l’infanzia. Non avendo il videoregistratore, li vedevo a scuola o a casa d’amici. I quali, conoscendo già a memoria quelle pellicole, esaurivano ben presto la propria (e la mia) attenzione. Non che lo avvertissi come un gran danno… Preferivo i libri per l’infanzia che riportavano quei fotogrammi e quelle storie. Il regalo natalizio, di rito, era  la versione cartacea dell’annuale film Disney. Una sciocchezza, col senno di poi. Anche se mi mise in pari con la cultura infantile d’uopo.
       Non mi dilungo su una trama nota, dunque. Un’innominata “Madame” parigina, ex-diva d’opera lirica, destina la cospicua eredità alla gatta e ai suoi tre piccoli. A bocca asciutta rimane Edgar, il maggiordomo d’una vita. Di tutta quella gran villa, lui si “gode” soltanto uno sgabuzzino. Deve lesinarsi il ricambio di pantaloni, ha una motocicletta agonizzante e la sua unica confidente è una giumenta. Non è certo un personaggio simpatico, concediamo. Sa essere falso con estrema disinvoltura; quando si compiace del “rapimento con destrezza” con cui ha posto all’addiaccio i coccolatissimi micetti, fa venir voglia di lanciargli una scarpa. Però, è inevitabile il paragone col domestico e la vergine cuccia di cui parla Giuseppe Parini (1729-1799), ne Il Giorno. Per essersi difeso dal morso della cagnolina favorita, l’uomo vien gettato sul lastrico dalla padrona:

…con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre: a lui non valse
Zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne […]
E tu vergine cuccia idol placato
Da le vittime umane isti superba.

(Il Meriggio, vv. 684-697)
 

 
Meglio non pensare a questi nonsensi sociali. Meglio concentrarsi sulla venustà degli Aristogatti, che sono, in sé, deliziosissimi. A partire dalla lustra Duchessa, stereotipo del proprio nome. Affronta ogni situazione con un candore che non è solo del pelo. Ha generato la propria miniatura, Minou: perfetta bambina… ehm, gattina viziata. Il fratellino Matisse (ovviamente) dipinge. O ci prova. Da bravo artista, cova il germe della ribellione contro la levigata “casa di bambola”, che vorrebbe intorpidire la sua natura di predatore. E che ci è, in gran parte, riuscita. Sopravvivere è talmente facile, per i quattro felini, da lasciar spazio perfino all’amicizia con la loro preda naturale: un topo.
 
            Bizet, dei tre piccoli, è quello che risente maggiormente dell’imprinting dato dal passato della padrona. Studiata è la scelta del brano che pone sul giradischi: una celeberrima aria della Carmen, composta dal suo omonimo umano. Almeno in materia di musica, io e “Madame” abbiamo un punto in comune.
            La vita è dorata, per i protagonisti. Troppo. Ecco che, paradossalmente, l’allontanamento da casa diventa provvidenziale. Assaggiano, per la prima volta, il mondo in salsa genuina. Conoscono l’affetto di Romeo: romantico randagio, nonché romano da commedia all’italiana. La jazz band che gli fa visita fa capire perché i gatti più belli / sono i gatti randagi (Gionata - R. Rossi / I Nomadi, 1990). Sono un po’ grezzi, quanto a maniere; ma, se un amico ha bisogno d’aiuto, non si tirano mai indietro. Lo spiega Romeo a Duchessa. Anche se la genuinità dei vagabondi ha già conquistato gli aristofelini. Lasciando stare il fatto che mi ricordasse le serate “jazz & poesia” a Radio Aut. Una commozione particolare che non avrei potuto provare, da bambina. Anche se la vita dei bassifondi non è idealizzata da Disney. Il senso dell’amicizia è legato al bisogno di sopravvivere, appoggiandosi gli uni agli altri. Tra la spazzatura, non è superflua nemmeno la violenza. Il topo Groviera, in questo senso, ha mangiato la foglia da gran tempo. Sa che i felini comuni non sono come i suoi amati, ingenui Aristogatti.
            In conclusione: Edgar, dopo aver subito danni e beffe, compie la propria sorte, divenendo un carico da furgone. La degradazione sociale e ontologica dell’uomo è completata, a tutto beneficio dei gatti. I quali devono la propria posizione solo al fatto d’essere giocattoli d’una privilegiata. Ma, forse, sono troppo dura con lei. I suoi pets sono l’unica famiglia che abbia, in fondo. E Edgar era troppo ipocrita e venale per darle vero affetto.
            La signora accoglie anche il buon Romeo, senza cavillar sul pedigree. Lui potrà così restare accanto alla compagna e ai gattini, che considera figli. Per non far mancare nulla, la villa di “Madame” si apre a tutti i personaggi del film. Anche ai poco aristocratici jazzisti, che cambiano casa, ma non musica.
            Io sono rimasta un po’ perplessa. Non sono sicura che uno “spirito libero” come Romeo, nella vita reale, si adatterebbe tanto facilmente a sofisticherie e convenzioni. Ma si può sempre sperare nel carisma dell’avventuriero, che gode di ciò che trova, stalle o stelle che siano.
            Non riesco a vedere l’ascesa sociale come un lieto fine senza ombre. Di certo, c’è lo spettro del paternalismo… anzi, maternalismo compiaciuto. Ma, se non fosse “solo” un film, direi: “Sarà quel che sarà”.



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