lunedì 21 gennaio 2013

Abiti, monaci e crudeltà di vanità


Questa celeberrima fotografia ha detto, in modo rapido e arguto, ciò che sembra non essere arrivato alle menti umane, nonostante la venerabilità del proverbio: l’abito non fa il monaco. Dire che la lunghezza della gonna definisca la sessualità femminile sarebbe come affermare che qualcuno è un intellettuale perché porta occhiali, che è noioso perché indossa un maglione marrone, che è Toro Seduto perché ha il capo adorno di penne. Che dire? Su questo, le rimostranze femministe hanno pienamente ragione.
       Chiarito cosa l’abito non sia, si può anche spender qualche parola su cosa sia:

  1. una necessità pratica, per difendersi dal clima;
  2. un velo per intercettare gli sguardi indiscreti e non graditi;
  3. un mezzo di comunicazione.
Il punto 3 è quello più delicato e discusso, come dimostra anche il caso dei “pregiudizi al femminile”. Infatti, anche se è un aspetto superficiale e insufficiente a definire un carattere, il vestito fa pur sempre parte della persona (intesa come personaggio sulla scena sociale) e invia un messaggio agli altri. Ciò è evidente in caso di uniformi, divise e costumi. È evidente anche a molti adolescenti (e non solo), che cercano nell’abito un modo per confermare a se stessi la propria immagine. Infine, è un mezzo di seduzione ancor più efficace delle tanto “scabrose” nudità.
            Belli e belle che cinguettate coi sensi altrui, zerbinotti emancipati che fate scialo delle vostre grazie, perché “ormai si può” e “non siamo solo oggetti sessuali”… perché fate finta di non capire? È vero, verissimo, che i centimetri di stoffa non vi fanno né cortigiane, né gigolo. È vero anche che nessuno ha il diritto di mettervi le mani addosso per la vostra avvenenza, per non dire di farvi violenza. Però, siete abbastanza scafati per sapere cosa possa esser percepito come richiamo sessuale, nella società in cui vivete.
Non potete sapere tutto, certo. È praticamente impossibile indovinare cosa possa attirare i desideri altrui, a volte. Parlate con una che, sebbene sia tutt’altro che Jessica Rabbit, si è vista arpionare in due o tre occasioni in cui era coperta fino ai denti.
Però…
Però, un conto è l’imprevisto. Un altro è il dolce gusto di provocare senza dar nulla. Questa è crudeltà di vanità. Dire che l’eros è un fuoco non è una perifrasi inventata da parolai senza nulla da fare. I donzelli e le donzelle su cui vi divertite a provar le vostre attrattive si sentono letteralmente cuocere sulla graticola di S. Lorenzo, ogni volta che sfoggiate minigonne inguinali o pantaloni a vita bassa con vista sul pacco. Non parliamo di concetti come “È alla mia intelligenza che si deve badare, non al mio corpo!” Forse, un essere umano evoluto dovrebbe riuscirci anche davanti a distrazioni possenti. Però, visto che voi siete già arrivati a questo grado di superiorità morale e intellettuale, date una manina a noi comuni mortali, che continuiamo a perder la tramontana davanti a belle gambe e fisici scolpiti. Vi garantisco che, se andate in giro con spacchi, scollature, camice aperte e compagnia bella, sarà molto difficile fare attenzione ai vostri discorsi filosofici. Con affetto,

Una comune mortale

2 commenti:

  1. Uh, uh, cosa scopro: hai dimenticato la "i" in "camicie", riga terzultima. :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tesoro, non è una dimenticanza: è una grafia alternativa, che era perfettamente prevista sulla mia grammatica delle scuole medie. ;-)

      Elimina

Si avvisano i gentili lettori che (come è ovvio) non verranno approvati commenti scurrili, offese dirette, incitazioni all'odio di qualunque tipo, messaggi che violino la privacy o ledano l'onore di terzi. Si prega di considerare questo blog come uno spazio di confronto, così come è stato fatto finora, e non come uno "sfogatoio". Ci scusiamo per eventuali ritardi nella pubblicazione dei commenti: cause (tecnologiche) di forza maggiore. Grazie.