domenica 9 settembre 2012

Una scandalosa bellezza


Per Erri De Luca, la bellezza è forza compressa: come quella che ha dato origine al golfo di Napoli, frutto di eruzioni e terremoti. E la grazia “non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi.” (1)  In questo senso, le “sue” eroine bibliche sono “piene di grazia”.

            La parola per “femmina”, in ebraico, è נְקֵבָה (nǝqēvāh): “incisione”. È la fessura da cui esce la vita. Nelle Scritture, l’uomo trasmette la legge e la memoria, ma in materia di vita è la donna a governare. Neppure Adamo, che diede il nome a tutte le creature, poté darne uno ai propri figli. Ciò spettò a Eva. E femminili sono le lettere ebraiche, cui la Torah è affidata. Per questo è viva ed emette germogli di generazione in generazione.

“Miriàm, gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono. Ci vogliono le donne al momento della schiusa e all’ora di chiusura.” (2)

            Nessuna traccia di quella condanna malevola che, per secoli, si è voluta far pesare sul genere femminile. Il “dolore” di Eva –le spiega Dio- è “sforzo”. Lei sola, fra le femmine di tutti i viventi, vivrà il parto come un momento immane. Perché la conoscenza del bene e del male ha fatto dell’uomo una specie nuova, che non si contenterà più d’un limitato giardino e dei suoi frutti spontanei. La conoscenza lo spingerà sempre più in là, di conquista in conquista, di desiderio in desiderio: cosa che gli renderà greve anche l’atto naturalissimo della nascita. L’uomo, col suo cranio voluminoso, farà fatica a uscire dalla fessura della vita.

Una “condanna”, per Erri De Luca, è invece la תְּשׁוּקָה (tǝšûqāh): la “piena del desiderio” verso l’uomo. Di lui, Dio dice alla donna: <<Lui governerà in te>>. Puntualmente, le figlie di Eva manipolarono e manipolano il proprio aspetto secondo una varietà di stampi, in vista dell’amore maschile. “Il torturato piedino giapponese, l’ingrasso o il contrario, lo scarnificato dimagrimento […] La storia della civiltà si può ridurre alla storia dell’asservimento della bellezza femminile.” (3)  Eva ha fatto uscire Adamo dall’infanzia dell’Eden, lo ha spinto a indagare il bene e il male, uniti alla radice. La tǝšûqāh sembra zavorrare questa sua forza. Essa è come la piena d’un fiume: l’unica energia che può portare la donna verso l’uomo e dare origine al genere umano. Non basta alcunché di meno. La bellezza di Eva consiste nella sua forza compressa dal desiderio.

All’uomo, invece, non occorre il comandamento divino, per gettarsi fra le braccia della donna. L’unione con lei è “conoscenza” di una realtà ignota, che gli viene concessa come grazia. “Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco.” (4)

Nell’albero genealogico del Messia, i pochi nomi femminili spiccano. Cinque donne, di cui tre non ebree. Fin da subito, è allontanata la tentazione del “sangue puro”. Tutte e cinque sono “scandalose”. “La prima si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato. La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo. La terza s’infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare. La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante. L’ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.” (5) Nel loro agire, ci sono motivazioni più grandi della Legge. Nessuna di loro esita, come avevano fatto, invece, Mosè e i profeti. Tamàr, “la palma”, vuole fruttificare: divenire “madre in Israele”, far parte in tutto e per tutto di quel popolo che porta la rivoluzione del monoteismo: un Dio rappresentato solo attraverso la Parola, più potente d’ogni immagine, e che non lascia spazio ad altri dei, perché chiede per sé l’interezza dell’uomo. Raav si affida a questo Dio, di cui ha conosciuto la forza, strappando dalla morte sé e i propri cari. Rut sceglie d’appartenere a Israele e riscatta la propria condizione di vedova senza figli, grazie a un’audacia. Bat Sheva segue la tǝšûqāh, con una sfrenatezza che genererà, però, il più saggio re d’Israele. Miriàm diventa la “pianta” da cui nascerà il Messia. Ioséf, “colui che aggiunge”, aggiungerà appunto la “terra” in cui farli crescere.

Cinque vicende da non attualizzare, per non svuotarle, ma che arricchiscono la storia di quel monoteismo che ha permeato di sé gran parte dell’ecumene. Con un’osservazione: “La storia sacra ha molti pregiudizi in meno della nostra storia profana.” (6)

 

(1)      Erri De Luca, In nome della madre, (“I Narratori”), Milano, 2006, Feltrinelli, pag. 36.

(2)      Ibidem, pagg. 41-42.

(3)      Erri  De Luca, Le sante dello scandalo, Firenze, 2011, Giuntina, pag. 18.

(4)      Ibidem, pag. 16.

(5)      Ibidem, pag. 9.

(6)      Ibidem, pag. 29.

 

Da: Una scandalosa bellezza. Le donne raccontate da Erri De Luca. Incontro con l’autore; introduzione di Claudio Visentin (Università della Svizzera Italiana), presso il Collegio Universitario S. Caterina da Siena, Pavia, 3 aprile 2012.

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