martedì 6 settembre 2016

Libera nos a caritate

Fioccano le polemiche sugli aspetti più controversi di Madre Teresa. Nel frattempo, continuano quelle sul burkini, salutate sui social network da un coro di “poverine”, “bisogna aiutarle”, sono “condizionate dalle loro cultura”. Due questioni così diverse confluiscono, però, in un unico punto: quel sentimento della “carità” tanto osannato, senza che se ne vedano i pericoli.
            Le persone che, finora, mi hanno maggiormente funestato l’esistenza sono proprio i campioni della “carità”, le "donne Prassedi". Coloro per i quali io, povera femminella provinciale, non avevo certo la maturità e gli strumenti intellettuali per decidere da me quale religione praticare o di chi innamorarmi. Coloro che si facevano rappresentanti di “una cultura del rispetto e della diversità”, ma mi davano della “strana” e della “pazza” per il mio essere una gothgirl attratta da eremi e abbazie.
            Lascerò perdere, al momento, le questioni più strettamente legate al burkini. Lascerò perdere il fatto che chi polemizza sulla faccenda, talvolta, è dichiaratamente inesperto di Islam. Mi limito a dire due cose: il burkini non sarà libertà, ma non lo sono nemmeno leggi e multe. Beata la terra in cui non s’invoca la polizia… Non sono parlamenti e tribunali a costruire le culture. Essi, anzi, sono un inciampo, in quanto rallentamenti burocratici o forzature dei processi storico-sociali. E nemmeno le prediche dei “progressisti” servono a qualcosa, se non a irritare e a far perder tempo.
Se i costumi da bagno, sulle due sponde del Mediterraneo, non sono più gli stessi, varrebbe la pena d’interrogarsi su quali siano oggi i rapporti politico-culturali fra Europa e Nordafrica. Il prof. Michele Brunelli l'ha fatto. Fuori da queste considerazioni storiche, accanirsi sui simboli e sul corpo delle donne ricorda tanto quel "femminismo da salotto" che si sostituisce al prete nel comandare sul nostro “rispetto di noi stesse”.
Ma ciò che più mi ha colpito è la modalità con cui la questione “emancipazione delle musulmane” è stata trattata sui social network. Quel coro di “poverine”, “bisogna aiutarle”, ecc., veniva interamente da bocche di italiani, colti, laici - o, comunque, estranei alle culture islamizzate. Non c’era nemmeno una delle interessate a dire la propria. L’unica a intervenire (una mia ex-compagna di liceo) l’ha fatto sulla mia bacheca Facebook, solo per sottolineare che la “questione burkini” è irrilevante, in un Paese in cui i bambini maschi usano ancora concetti come “merdosa di femmina”.
            La “carità” non è benefica. È l’imposizione della propria sensibilità e del proprio punto di vista nella vita di un altro. La convinzione di “fargli del bene” serve solo a chiudere gli occhi sugli aspetti discutibili del proprio operato. “Ciò che fai per me senza di me lo fai contro di me”, citava David Van Reybrouck, nel suo Contro le elezioni. Nessuno, per “caritatevole” che sia, può vivere e sentire con la pelle di un altro. Senza contare che l’esaltazione della “carità” si basa su una menzogna: quella per cui un essere umano potrebbe davvero fare qualcosa per gli altri senza alcun vantaggio per sé. È una convinzione ingenua e innaturale; lo apparirebbe anche senza gli studi di Sigmund Freud. Psicologico, sentimentale, fisiologico, economico, sociale o professionale che sia, il vantaggio personale è sempre dietro l’angolo delle nostre azioni, quando sono davvero libere.
           
Dunque? Innanzitutto, mai fare i conti senza l’oste. Se c’importa realmente di cosa vivano le donne musulmane, invitiamo loro a parlare: nelle sale comunali, nei circoli, sui blog, nei centri antiviolenza. A Milano, un progetto in questo senso è cominciato, come è stato detto nel convegno dell’8 aprile 2016 su "Identità sessuale e fede". Affermare che le islamiche sono “condizionate dalla propria cultura” significa tutto e niente. Ogni essere umano è “condizionato dalla propria cultura”. Anche l’occidentale che si aspetta di vedere bikini su ogni spiaggia, e salame e vino su tutte le tavole. L’interiorizzazione di un modo di vivere fa parte del nostro esistere e del nostro equilibrio psicologico. Diventa oppressivo nel momento in cui sterilizza la nostra creatività e la nostra capacità di amare; ma, per un verso o per l’altro, dobbiamo farvi i conti.

            Se un occidentale vuole aiutare le “neoconcittadine oppresse”, è bene che si svuoti parzialmente della propria cultura tanto quanto lo richiede all’Altra, per poterla vedere davvero. Non può insegnare a “superare la propria mentalità” nessuno che non abbia, almeno una volta, dubitato fortemente della propria - e, magari, l’abbia cambiata.  Se non è stata passata questa prova - per tornare ai conflitti interiori di Madre Teresa - si può offrire al prossimo solo un assistenzialismo che appaga il nostro ego, la nostra presunzione di “poter salvare il mondo”.

P.S. Quasi in risposta a questo blog, il sito del New York Times ha dato voce alle musulmane d'Europa sulla questione "veli e burkini". I commenti riportati dimostrano l'ennesimo fallimento di una politica "alla donna Prassede".

1 commento:

  1. sono completamente d'accordo. Disse bene David Van Reybrouck “Ciò che fai per me senza di me lo fai contro di me”. Non riesco proprio a concepire qst ossessione di volersi intromettere in questioni che non si conoscono, dichiarandosi paladini di libertà e giustizia, finendo per essere solo portatori di pensieri retrogradi (altro che burkini) calpestando valori e rispetto. E credimi è proprio buffo quando tutti parlano di qualcuno senza interpellare il diretto interessato, che strano mondo il nostro! ...

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