venerdì 16 settembre 2016

Etica senza potere


“La società greca non ha mai posseduto forti apparati coercitivi di tipo politico, come lo Stato e la magistratura, né tanto meno apparati di condizionamento ideologico ed educativo, come la scuola di stato o una Chiesa unificata. Neppure esistono testi dotati di valore normativo universale, come un corpo legislativo unificato, o un Libro sacro, una Scrittura impositiva perché rivelata. Tutto ciò vale anche in larga misura, se pure in forme diverse, per la società romana, ad eccezione forse di quella tardo-imperiale. Lo Stato non interviene se non sporadicamente e con scarsa efficacia nelle questioni di regolamentazione morale (si possono citare ad esempio le leggi sulla famiglia, sulla condotta sessuale, o quelle contro il lusso); soprattutto, esso non dispone né dell’autorità, né degli strumenti di condizionamento educativo, che gli consentano di imporre le norme di condotta necessarie sia alla vita associata sia all’omogeneità morale dei suoi membri.
            A questa carenza devono assiduamente supplire agenti morali diversi e in qualche modo spontanei, come le dinamiche di autoformazione del corpo sociale, le correnti del pensiero religioso, i messaggi sapienziali, più tardi il lavoro delle scuole filosofiche, l’opera dei moralisti e dei ‘direttori di coscienza’. Scopo comune, anche se perseguito con strategie diverse e spesso rivali, è quello di ottenere l’introiezione di valori e norme morali capaci di orientare la condotta, di cementare l’assenso verso le regole della vita sociale e le sue autorità, di ottenere insomma mediante la persuasione, la formazione, la teoria, ciò che non può venire imposto in modo coercitivo. Tutto questo ha però naturalmente esiti che non si esauriscono semplicemente nella supplenza di un potere statale e ideologico assente o troppo debole.
            La spontaneità sociale e culturale dei processi di formazione e di soggettivazione morale dell’uomo antico lascia aperti spazi di incertezza, di conflittualità, dunque anche di scelta e di libertà ignoti in altri sistemi sociali. La morale e l’etica antica hanno un ruolo centrale, una diffusione pervasiva nel governo della vita e dell’integrazione sociale perché surrogano l’assenza di regole coercitive. Ma proprio per questo la loro influenza è problematica, aperta, ‘leggera’; proprio per questo l’interrogazione e la discussione sono più ricche, più argomentativamente articolate, più esposte al dissenso in quanto prive di protezione autoritaria o dogmatica. Più che in ogni altra epoca, l’uomo antico ha avuto bisogno di una morale e di un’etica per guidare la sua vita individuale e sociale; ma non ha mai conosciuto l’imposizione di una morale compulsiva, di un’etica ‘ufficiale’, restando così esposto all’incertezza della scelta. Spesso egli si è pensato nella situazione di chi si trovi di fronte a un bivio, fra virtù e vizio, o fra morali contrapposte, e sia chiamato a scegliere; quasi mai ha pensato, comunque, che questa libertà di scelta fosse un male.”

MARIO VEGETTI


Da: L’etica degli antichi, Roma-Bari 2007, Laterza, 11^ edizione, pp. 4-6.

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