mercoledì 2 dicembre 2015

La vergine di ferro - III, 2

Parte III: Il filo di Arianna



2.

Nei chiostri della facoltà di Lettere, gli studenti sciamavano dopo le lezioni. Le vetuste porte di legno scuro lasciavano uscire ragazzi e ragazze aggrappati alle loro borse piene di appunti, che scendevano o salivano le austere scalinate, all’ombra dei portici colonnati in stile tuscanico. Dal Cortile delle Statue, i quattro vegliardi in pietra – Luigi Porta Pavese, Antonio Bordoni, Bartolomeo Panizza e Camillo Golgi – guardavano di sottecchi la scena. 

            Isabella si avviava di buon passo verso l’uscita che dava su Strada Nuova, impaziente di andare a pranzo. Il pieno giorno attutiva il ricordo della sera precedente – il ricordo di quell’apparizione funerea nel crepuscolo di Borgo Ticino.
            La sua camminata svelta, però, incappò in un crocchio di suoi conoscenti, sul marciapiede. Sapeva che erano studenti al terzo anno di Medicina – compagni di corso di Amedeo, ricordò, con un tuffo al cuore. Mormoravano accanitamente, con espressione accigliata. Anzi, piuttosto preoccupata. La ragazza si accostò a loro.
            «…non si è fatto vedere a lezione nemmeno ieri» stava dicendo uno del gruppo. «Qualcuno ha il suo numero di cellulare? Io l’ho perso…» intervenne un’altra. «Già provato a chiamarlo» chiosò un terzo. «Niente da fare». «Ma Amedeo non è un tipo da colpi di testa!» insistette la tizia di prima. «Sparire così…»
Isabella si strappò dal crocchio e fuggì. Strinse ancor più forte a sé l’astuccio e il quaderno ad anelli. L’apparizione di Borgo Ticino ridivenne reale, pesantemente reale. Mentre quell’ombra offuscava, ai suoi occhi, il cielo smaltato di turchino, intuì cos’avrebbe potuto fare.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 161 (3 dicembre 2015), p. 29.

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