giovedì 11 dicembre 2014

Ardente pazienza

Ultimamente, mi son presa la libertà di inviare questo tweet:


Ovviamente, sulla mia bacheca di Facebook (collegata al mio profilo Twitter) è giunto in picchiata il solito “Savonarola” antimoderno, antiprogressista, antitutto (o quasi).
            A casa, invece, mi sono arrivate le rimostranze telefoniche del “kompagno Peppone”, che mi ha sottoposto per l’ennesima volta all’esame di fede politica. #PepponeStaiSereno: dubito che, dai tuoi interrogatori, uscirà mai qualcosa d’interessante. Mi piacerebbe tanto potermi autodenunciare per qualcosa di figo, del tipo: “Sì, ho creato la lobby dei lombrichi cornuti… Intanto, ho piazzato sotto la sede del Parlamento una bomba caricata a canditi e uvetta…” La verità è che sfamo la mia sinistraggine campando stentatamente di liste civiche.
            Comunque, per evitare altre torchiature da parte della Stasi, ho deciso di piazzare nero su bianco il significato di alcuni vocaboli in gazzoldese:

Antiprogressismo = terrore patologico del cambiamento, che fa vedere ogni iniziativa non prevista dai propri schemi come passo verso un baratro insondato.

Progressismo = continua tensione verso uno stato di cose non ancora realizzato (e forse mai realizzabile), in nome del quale si è disposti, eventualmente, a passare col rullo compressore sull’esistente.

Non saranno definizioni a prova di manuale, ma codificano bene due atteggiamenti diffusi e osservabili. Mi dispiace, ma io trovo  discutibili entrambi. Il primo si oppone all’ἀνάγκη (= necessità impersonale e ineluttabile) per cui πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός ( = “tutto scorre come un fiume”). Gli esseri viventi esistono nel costante ricambio di cellule. Le tradizioni consistono nell’accumulo progressivo di eredità, le culture nell’adattamento ad ambienti e circostanze, i rapporti umani nel continuo “venirsi incontro”. E via discorrendo, ad libitum. Arroccarsi per fifa (od orgoglio) sullo status quo significa strozzare questo flusso costante, affondando il proprio prossimo in una palude o annegando in prima persona.
            Ma anche trattare come sprezzabile vecchiume quel che si ha intorno è un atteggiamento esistenziale criticabile. Il “vecchiume” è tutto ciò che è stato pazientemente e faticosamente elaborato da chi ci ha preceduto e che consente, oggi, il lusso di poter vivere criticando: leggi, costumi, conoscenze mediche, belle arti, tecnologie, gastronomia, noi stessi. Nel piatto di pastasciutta che ci sembra tanto scontato, ci sono: la scoperta dell’America (per il pomodoro), l’invenzione dell’agricoltura (per il grano), la domesticazione dei bovini con elaborazione dell’arte casearia (per il formaggio grattugiato), le conoscenze chimico-fisiche (per la bollitura), ecc. I futuristi bollarono tutto questo come “assurda religione gastronomica italiana”. Oggigiorno, i “superati” spaghetti troneggiano ancora sulle tavole e possono sghignazzare in memoria del borioso Carneplastico. Saremo pure arretrati, ma almeno non ci ridurremo a masticare pezzi di un priapo gigante.
            Quindi, allontanandosi da tavola, che fare?
Si potrebbe fare come il “kompagno Peppone”, che ha dapprima riscoperto le ideologie novecentesche, per poi votarsi a una religione-filosofia ancora più antica e articolata di quelle sbandierate dai “Savonarola” nostrani. Oppure, si può praticare l’ardente pazienza, per parafrasare Antonio Skármeta. Non disprezzare nulla, conoscere il più possibile, raccogliere uno per uno i tasselli del reale. Non temere d’avere torto, non temere di capire troppo o di dover ritrattare a un certo punto. Non è tempo per i puri. Viviamo in un mondo troppo complesso per poter avere sempre ragione. Questo è il secolo degli ibridi. 

            Vedremo antiquati provinciali richiedere il matrimonio egualitario e il cambio di documenti per transgender non medicalizzati (mi fischiano le orecchie…). Vedremo atei convinti farsi monaci e discettare di tarocchi. Vedremo credenti ispirarsi all’immanentismo aristotelico (ma sarebbe una novità?). Anzi, per quanto mi riguarda, questo futuro è già presente. Né ci si preoccupi subito del “nome”, della “definizione” di questa mentalità. Prima si genera, poi si battezza.  La classificazione è lavoro da posteri. Ciò che conta è aver l’intelletto teso a discernere l’altro, i suoi bisogni così simili e così diversi dai propri. Rompere le barriere dell’egoismo e dell’irrisione perché gli uni imparino la lingua degli altri e il singolare vivere di ciascuno s’incastri con quello altrui, come in un puzzle meticoloso e vigilato. Nessun dorma.

4 commenti:

  1. L'importante è rimanere dalla parte del Giusto (e qui sono più con Peppone: le ideologie, in effetti, contano!!) e, utilizzando il mezzo letterario (che tu possiedi, eccome!) cercare di intrattenere (nel senso di "entertain", proprio!!) il lettore. Cercasi romanzieri. Possibilità di discussione e/o di inserire i titoli delle proprie opere qui
    https://www.facebook.com/groups/1424626911083994/

    o qui
    https://www.facebook.com/groups/495051407178203

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    1. Romanzieri? :D Io ho un solo romanzo, nel cassetto... ;) Quanto alle ideologie, ne comprendo l'importanza in teoria, ma non riesco a riconoscermi più di tanto nella pratica. Devo ancora "cuocere assieme" troppi aspetti della mia formazione, prima di potermi dare una definizione con cognizione di causa... Probabilmente, è questo che teme Peppone: ovvero, che i vari ingredienti di me stessa non si amalgamino correttamente. ;) Quel che credo io è che riuscirò a riconoscermi in un'ideologia solo elaborandone una. ;)

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