lunedì 10 marzo 2014

Il Maestro





"Si dice che le sue ultime parole siano state 'Ma taci, cretin...', solo perchè l'ultima vocale se l'è portata via un rantolo piuttosto disgustoso, che ha chiuso una volta per tutte quella dannata boccaccia. Fosse, quella lettera, una 'a' o una 'o', poco importa: il vegliardo era sempre stato equo e imparziale nell'esternare il suo disappunto per l'esistenza del prossimo. Senza dubbio avrebbe indirizzato un tale estremo, lirico saluto a chiunque dei presenti.          
Ma non è che una leggenda: in realtà si limitò a bisbigliare un amabile 'Lo sapevo che eri inutile' e dipartì senza tante smancerie.      
Quanto agli astanti, erano troppo indaffarati ad azzuffarsi con contegno posticcio per un tozzo di bottino ereditario, per curarsi della saggezza che il de cuius intendesse eventualmente trasmettere ai posteri.


            Non aveva mai lavorato in vita sua, il Maestro: era un artista nel convincere la signorina di turno a finanziare le sue psicopatie. I suoi approcci ispirati alle fanciulle avevano fatto scuola. Mitologico quello con cui ne aveva convinta una a investire nella sua causa spacciando una cicatrice, ricordo di un posacenere preso in testa da un marchettaro ubriaco, per una ferita da eroe di guerra. Nel frattempo quell'altro s'era riciclato come medico e aveva trovato spassoso pasticciargli un certificato così convincente da fruttare, all'uno, un ingresso in società da novello Achille, e all'altro una gradita discrezione su certi sbagli di gioventù.        
            Era stato un viveur: sosteneva con ammiccante orgoglio di non aver mancato mai una lepre, né una donna. La formula lasciava aperto un curioso interrogativo su quale delle due approcciasse con la doppietta, ma lo ispirò nel conciliare l'entusiasmo per la caccia con parecchie convivenze vantaggiose. Insieme a maneggi vari, furono queste ultime a permettergli di metter da parte un gruzzolo assai interessante: di qui la presenza, al suo capezzale, di un buon numero di aspiranti successori ereditari, la cui devozione fu così credibile e disinteressata che, a parlarne, vien voglia di scolarsi un whisky per rispetto di tanto attoriale talento.

            Era stato l'incubo di ognuno di loro. Passati i settantacinque, fatta la sua ultima proposta di matrimonio (un'inorridita barista mora che gli rabboccava la fiaschetta di gin), spillati gli ultimi quattrini per spese legali alle sorelle e portata con sé la sua collezione di teste di cinghiale mozzate, s'era ritirato a vita privata per dedicarsi a un nuovo, entusiasmante obiettivo: impiegare la terza età a campare per dispetto.     
Tra una decina di testamenti promessi e stravolti sotto gli occhi di svariati possibili eredi, e qualche festa di compleanno culminata con lancio di fuochi artificiali dentro la sala da pranzo, si può ben dire che il suo piano procedette brillantemente per diversi anni.  

            Finché non iniziò a dare segni di squilibrio. In primo momento non allarmarono nessuno. Ovvio: perchè non erano più allarmanti dei suoi modi consueti, e perchè nessuno era disposto ad allarmarsi per un tipo del genere. Ma la malattia era grave, e la perdita delle facoltà mentali inesorabile quanto gli incendi che il Maestro tanto amava appiccare per infastidire i vicini (i nipoti trascorrevano metà delle loro vacanze, secchio alla mano, a spegnere piccionaie in fiamme e implorare clemenza alle assemblee di quartiere). Era palese a lui per primo: faticava a controllare i movimenti, vedeva persone non presenti, dimenticava dettagli e volti, confondeva gli aneddoti.   
Quando poi accolse con calore, scambiandolo per un amico morto da anni, un creditore che s'era presentato a riscuotere, i parenti finirono per convincersi che la sua pazzia era più di una posa eccentrica e tirarono un sospiro di sollievo. Confidavano nella probabilità che il rincretinimento rendesse, una buona volta, inoffensiva la vecchia canaglia. Sognavano, come biasimarli?, di dormire sonni tranquilli, sapendolo cheto cheto nel suo letto e non in giro ad attaccar briga col primo che passava.      
In effetti, stanco e privato del suo pubblico, quell'altro prese a inibirsi e annoiarsi, il suo cervello a spegnersi. Se ne rendeva ancora conto, e l'idea lo intristiva parecchio.


            E fu qui che entrò in scena lei.          
La mente del vecchio aveva bisogno di un appiglio. Lo trovò. Forse, presto, non sarebbe più riuscito a vestirsi da solo, ma non era la prima volta che si trovava in situazioni critiche: e una soluzione gli apparve nitida, dritta dai meandri del suo inconscio malato. Gli bastò ripensare alla risposta che s'era sempre dato per risolvere i propri dissesti finanziari: una donna! Una preda. Non ne aveva mai mancata una quando davvero era stato necessario: era o non era il Maestro?     
            In un pomeriggio assolato, si udirono dunque strane urla dalla sua stanza: chi accorse, sperando di trovarlo bell'e pronto per l'estrema unzione, lo trovò invece tutto in ghingheri fra bon bon e champagne, a fumare un sigaro e fissare sognante quelle facce perplesse. Nell'aria aleggiava un pesante profumo femminile.         
- L'ho trovata. Questa non me la lascio scappare.    
- Chi, di preciso, fratellino caro?      
- Lei. Mia luce, mia gioia, mia fulgida speranza!     
- Oh, cielo. Dille di venir fuori, su. Basta che non trafughi il servizio di Meissen come quella che non volevi pagare perchè...         
- Se n'è andata appena vi ha sentiti arrivare, carogne! Credete che la mia signora si farebbe trovare scomposta da un simile branco di cafoni?        
            Setacciarono, per sicurezza, la casa: in effetti non c'era nessuno. Pensarono a un'allucinazione e si misero tranquilli. Del resto ne aveva avute parecchie, di recente.
- Sparite! - Sparirono, per il momento.         

Ma non sparì lei. Ricomparve sotto forma di una nutrita nota spese del fiorista, dove il Maestro ordinava regolarmente decine di rose rosse. Ricomparve in fatture di gioiellerie e boutiques. La sera si sentiva il vecchio chiacchierare per ore con la donna, ascoltar musica, complottare chissà cosa.       
            Fu subito chiaro che formavano una coppia formidabile. Lui, col corpo sempre più tremebondo e malandato, sembrava tuttavia aver ritrovato gran parte della propria energia maligna. Quanto a lei, le voci dicevano che avesse fatto il colpaccio a lavorarselo così per bene. Si diceva che il vecchio satiro se ne fosse scelta una giovane: carne fresca di una Lauren Bacall poco più che minorenne e gambe da far impallidire Lola. Molto verosimile, visti i gusti perversi dell'individuo. Per alcuni era una specie di schiava, un animale esotico che, invece di scuoiare, il Maestro stavolta aveva segregato in casa come un trofeo da compagnia; presto vi fu chi giurava di aver visto a passeggio il pazzoide insieme all'affascinante biondina che gli aveva rubato il cuore, ovviamente mirando al suo portafogli: furono l'argomento di conversazione per mesi.        
            Non mancarono di regalare momenti di panico all'intera città: travestito da vendicatore mascherato, il Maestro andò seminando per strada, a generose manciate, una pubblicazione autoprodotta, Sapere Aude - dossier esaustivo e circostanziato di tutte le più illuminate indiscrezioni raccolte in anni d'intrallazzi nei salotti delle signore bene. Li aveva in serbo da mesi e mesi, diceva, ma era stata lei a dargli la forza di diffonderli. Ne seguirono un mucchio di divorzi, denunce, crisi d'ansia, scazzottate, infarti - sulla cui sanguinosa, borghese mischia si stagliava l'ombra dell'indomito signore del caos e della misteriosa compagna che stava regalando una seconda giovinezza al quel mandrillo.      
            I parenti ripiombarono nell'angoscia: alle improvvise, incontrollabili spese folli si aggiungeva l'allarme per la quota di legittima dell'eventuale, chissà, futura moglie. L'infame aveva la loro attenzione, ancora una volta.     
Furiosi, fecero addirittura qualche tentativo di entrare in contatto con lei: desistettero presto, quando intervenne il Maestro a ringhiar loro di un paio di episodi in cui aveva respinto a suon di pallettoni l'interesse di estranei per le sue dame. Visto il personaggio, lo presero molto sul serio.        
Ci si arrovellò per anni sull'identità di quella donna, e non la si sarebbe scoperta mai.


L'ultima impostura del Maestro durò fino alla fine dei suoi giorni. Era stato un atto deliberato? Più probabile che la sua mente, annebbiata dalla malattia, avesse davvero plasmato per lui una figura complice, per richiamare ancora un uditorio, o almeno per avere qualcuno insieme al quale non arrendersi alla noia. E tanto per non smentirsi, i suoi deliri avevano preso la forma di un gran tocco di pupa, che per di più gli aveva dato manforte nel tenerli in scacco tutti, quei babbei. Persino quando la coscienza se n'era andata, il vecchio debosciato ch'era in lui era rimasto ben saldo al suo posto, a creargli una compagna adatta. Sarà anche stato convinto che lei esistesse, ma - ha! - erano anni che non si divertiva così disperatamente.       
Certo, morì senza mai guarire, e anzi andò sempre peggiorando: alla fine lo sapeva, che era inutile sperare. Ci aveva provato, ecco."


ELENA FIORI

Segnalato come meritevole al concorso letterario "Caratteri di donna", bandito dall'Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Pavia (2012/2013).

Pubblicato sull'antologia Amare la vita. Caratteri di donna, ("Minimalia"), Como-Pavia 2013, Ibis.

Qui l'elenco dei racconti vincitori e segnalati. 

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