lunedì 5 agosto 2013

Vaso di coccio e vaso di ferro





“Il mattino dopo, mentre la casa era ancora immersa nel sonno, uscimmo come due ladri per andare a fumarci i nostri ultimi narghilé in riva al mare. Moussa era avvelenato fino alla punta delle unghie dall’odio che nutriva ora nei confronti della figlia. L’idea di tornare a casa umiliato, dopo essersi tanto ripromesso di riportarla indietro per amore o per forza, gli era più greve che se avesse dovuto recare ai suoi la notizia della morte di Sarah:
‒Ti giuro che scoppierei di gioia se la vedessi morta stecchita, là, sotto i miei occhi! Quella carogna!
            Quel mattino ero assai mal disposto ad approvare entusiasticamente un simile esclusivismo sentimentale. Lo sentivo fratello del mio e pieno d’ingiustizia. Cercai anche di comunicare al povero padre i miei stessi dubbi, per diminuire la violenza del suo odio, ma fu fatica sprecata:
‒Certo!... Per te, è facile mostrarti tollerante, dato che tu non ci vai di mezzo!
‒Sì, amico mio, io ci vado di mezzo, e quanto! Tutta la mia vita ne dipende. In questo momento, sto fabbricando l’impalcatura della mia anima: essa sarà incrollabile o ibrida, a seconda che io capisca o non capisca, fin d’ora, le leggi dell’esistenza normale. Perché non ci sono che i pazzi e i santi che possano vivere una vita anormale e io non vorrei essere né degli uni, né degli altri.
            Moussa mi guardò con aria sbalordita:
‒Ma cosa c’entrano i tuoi pazzi, i tuoi santi e la tua impalcatura col bordello di Sarah?
‒Ecco cosa c’entrano: io mi domando –e tu dovresti domandartelo a tua volta- se abbiamo il diritto di imporre agli altri le regole morali che ci convengono personalmente. Così pure io odio l’egoismo e sarei capace d’imporre al mondo la giustizia a colpi di frusta, ma chi mi garantisce che io non sia pazzo a credere che sia nella giustizia che gli uomini devono vivere normalmente? E, per quanto riguarda il caso di Sarah, perché vuoi che lei giudichi circa l’onesto e il disonesto coi tuoi sentimenti e non coi propri? Non sai che, in Giappone, la prostituzione è praticata apertamente dalle fanciulle delle migliori famiglie, prima del matrimonio, perché si facciano una dote, e che, dopo, trovano mariti molto rispettabili?
‒I giapponesi fanno così? Ebbene, io non sarò mai giapponese! Ma dimmi un po’: cosa ti prende, tutt’a un tratto, di volermi convincere che Sarah abbia il diritto di far quella vita?
‒C’è che ho un bisogno così forte di capire, prima di condannare! Guarda il caso di Mikhail: non ha voluto fare alcuna concessione ai suoi ed ha cominciato a fare una vita ben più carica di compromessi e ignobilmente miserabile per giunta, cosa che è un fallimento del nostro desiderio d’indipendenza e, forse, un castigo. Ma domando: chi ha il diritto di definire il genere di concessione che conviene al nostro temperamento? Tua figlia Gisella ha orrore della prostituzione; lei è prontissima a piegarsi anche a un marito che le farà subire mille oltraggi. Sì, ma tua figlia Sarah ha orrore proprio di questa vita onesta che conviene a Gisella; e lei preferisce scomparire nel mondo e darsi, per cento luigi o per un pasto, al primo venuto. Ecco come rispondo a mia madre, quando mi domanda perché io conduca un’esistenza da vagabondo; e, naturalmente, mia madre non può capirmi. Nemmeno tu capirai Sarah, così come i genitori di Mikhail non hanno capito lui. Ma, per me, non è quello il punto, perché non si tratta di un semplice conflitto tra genitori e figli, quegli screzi passeggeri tra due generazioni. Per me, il conflitto, molto grave e permanente, è altrove: si verifica quando l’individuo affettuoso e socievole, ma amante di quell’indipendenza che è la libertà di movimento, si rivolta contro la società che, invece, costruisce la propria esistenza appunto sulla rinuncia di ciascuno alla libertà di movimento. E allora mi domando, a buon diritto, se quello non sia il dramma del vaso di coccio che urta il vaso di ferro.  Non è tutto: quando leggo Mikhail fra le righe, mi domando anche se non sia sul punto di maledire la propria passione per la libertà di movimento, se non la consideri come un’aberrazione dello spirito, vittima del nostro orgoglio, ben più che come una necessità assoluta, una condizione di vita. E, in questo caso, a cosa saranno servite tutte queste sofferenze che accettiamo come prezzo della nostra felicità, dal momento che la felicità non c’è e la rinuncia ci attende al varco? Non sto a dirti che, il giorno in cui avviene questa rinuncia tardiva, potrebbe esserci anche il terribile rimorso filiale d’aver ferito, a volte mortalmente, l’anima di una madre, di un padre che si sono sacrificati per noi. Vedi, Moussa, ecco perché non so, fra te e Sarah, chi io debba compiangere di più e chi abbia più diritto alla mia umana comprensione.

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Non sospettavo, il giorno della nostra separazione, quanto avessi ragione di impiegare con Moussa quel linguaggio di pietà fraterna.
            Il vecchio si è separato dalla figlia senza neppure volerla salutare. Io sono partito per Damasco, il giorno dopo. Qualche settimana più tardi, il fidanzamento di Gisella fu rotto per via della questione di Sarah, il padre infelice morì improvvisamente.
            Poi, passarono cinque anni, durante i quali mi trovai io stesso piuttosto prostrato, nel corpo e nell’anima, per colpa di Colui che ci ha creati contemporaneamente buoni e cattivi, intelligenti e sciocchi, quando, un giorno del novembre 1911, sbarcando per la sesta volta a quell’Alessandria d’Egitto dal ricordo pieno di Moussa, trovai al Forte Napoleone un povero bar e, in quel povero bar, una Sarah che, da minuta e fine come una miniatura d’arte, così come l’avevo conosciuta, era divenuta una specie di gatta rinsecchita e sporca, con gli occhi affossati nelle orbite, i capelli spettinati e la bocca, soprattutto la bocca, serrata, cucita, saldata per sempre. Restava dietro il bancone, rigida, con lo sguardo nella via, mentre uno smilzo cameriere arabo era occupato a servire due giovani marinai olandesi, ubriachi di vita e allegri come due cagnolini, che non smettevano di lanciare lazzi, probabilmente un po’ adulatori, alla signora muta del bancone, che ritenevano senza dubbio una mummia appena uscita dal sarcofago.
            Presi posto vicino alla porta e domandai un vermut. Il suono della mia voce, non più della mia comparsa, non fece muovere un solo muscolo sul volto di Sarah. Tuttavia, ero certo che mi avesse riconosciuto. Pagai e uscii.

Nizza, marzo 1934.”

PANAIT ISTRATI

Da: “Méditerranée (Lever du soleil)”, in: Panaït Istrati, Oeuvres, (“Phébus libretto”), Paris, 2006, Éditions Phébus, vol. II, pp.  563-566. (Traduzione nostra).

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