lunedì 5 agosto 2013

Caro Richard ti odio



“Lasciamo perdere gli antiwagneriani cretini, che pullulavano e pullulano, soprattutto in Francia (la Carmen cadde perché la sua musica fu giudicata ‘wagneriana’) e in Italia, dove la vanagloria nazionalistica non muore mai. Sono una legione contrapposta ai wagneriani cretini, anch’essi una legione, stigmatizzati da Nietzsche: ‘Ho conosciuto birrai che capivano Wagner’. Lasciamo anche le battute più o meno spiritose, più o meno intelligenti, come quelle attribuite a Rossini: ‘Non si può giudicare il Lohengrin dopo un primo ascolto, e io certo non intendo ascoltarlo una seconda volta. Wagner del resto ha bei momenti, ma li fa scontare con terribili quarti d’ora.’ O come quella famosa di Woody Allen, nel film Misteriosi omicidi a Manhattan: ‘Ogni volta che ascolto Wagner mi viene voglia d’invadere la Polonia’. Veniamo invece ai suoi oppositori, più che denigratori. Tutti intelligenti. A cominciare dal grande storico e critico musicale viennese Eduard Hanslick, amico di Brahms, che rimproverava a Wagner l’abbandono delle forme chiuse o l’uso eccessivo del cromatismo. Salvo a ricredersi col quintetto dei Maestri Cantori, senz’accorgersi che il pedantissimo Beckmesser è una sua caricatura: in origine Wagner lo aveva chiamato Hans Lick. Nietzsche, come si sa, da fervente e inneggiante fan di Wagner si trasformò nel suo più acerrimo nemico. Ma senza cambiare di una virgola il giudizio sulla sua musica. Ciò che Nietzsche rimprovera a Wagner è di essere un decadente, un malato, come tutti gli artisti moderni. In realtà odiava in Wagner il lato più oscuro di se stesso, la malattia di Wagner è la sua: non illudersi sulle radici irrazionali della Ragione, sulla relatività inguaribile dei sistemi morali. Antikantiani viscerali entrambi. Parsifal non è un eroe cristiano, ma l’ambiguo adolescente che in qualche modo riflette il desiderio, che c’è in tutti noi, di annientare la realtà che ci turba. Quasi una reincarnazione del Budda, che aspira al grande Vuoto. Ed è vero che Brunilde, Elsa, sono signorine borghesi che aspettano il principe azzurro. Il negativo, la malattia dunque, che Nietzsche svela in Wagner sono il nichilismo, la malattia della modernità. Lo capì perfettamente il suo contemporaneo Baudelaire. Non così il supernovecentesco Adorno, che immaginando di demolire il mito di Wagner costruisce a furia di sillogismi, o piuttosto di entimemi, la più illuminante spiegazione del suo successo. La malattia di Wagner, le sue fantasmagorie, come Adorno le chiama, sono il perfetto ritratto della modernità, molto più di certi cincischiatissimi esercizi d’avanguardia. Un po’ come per Stravinskij: è vero che rappresenta un’umanità di automi. Ma cos’altro è l’umanità di oggi? L’antiwagneriano Debussy, d’altra parte, proprio nel Pelléas et Mélisande, che senza Wagner non esisterebbe, ne spiega con la musica le ragioni profonde: ‘La tristesse de tout ce que l’on voit’.”



Dino Villatico, rubrica “Voci critiche”, Classic Opera n°52, novembre/dicembre 2010, p. 64.

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