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Orgoglio e pregiudizio, ovvero Quel perduto gusto del "noi"


Libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione. 

Dopo la serata in memoria di Giorgio Gaber, queste parole si rincorrono in circolo nella mente, con ritmo d’ossessione. Anche la “libertà” sembra essere un’ossessione, per tanti: quando si domanda loro di scomodarsi.
Si dice che venga dalla Grecia. Ebbene, laggiù esisteva il concetto di ἐλευθερία (eleutherìa): la condizione del non essere schiavo, nel senso giuridico del termine, o l’indipendenza politica da potenze straniere. E basta. Il termine non era stato ancora inzuppato dai fiumi d’inchiostro (di radice soprattutto stoica) che han fatto di tutto per complicare/allargare la sua accezione. Operazione che ha, di fatto, privato la parola “libertà” di qualunque significato solido. Il concetto torna buono per tutto e per niente: “Voglio avere la libertà di uscire alla sera!”; “Sarò libero di stare in pace per due minuti?!”; “Bah… sei libero di fare come credi”. E così via. Per non parlare di perle quali: “Ok, sono libero dentro, però!” Roba da tagliare le vene a tutta la Stoà, quando i suoi epigoni non fossero già inclini a farlo da sé. “Libero dentro” è un’espressione imparentata con “giovane dentro”, “bello dentro” et similia: ovvero, con locuzioni in cui “dentro” vale come negazione dell’aggettivo precedente.
Eppure, nonostante l’acquosa vaghezza della parola, essa funziona sempre bene come bandiera sotto cui “fare stadio”. È la fortuna di qualunque retore/politicante/giovanottello esaltato. Provare per credere: “Libertààààààààààà!!!!!!!” Vi assicuro che avreste una vastissima eco, anche da parte di coloro che, subito dopo, ripiegherebbero le orecchie e tornerebbero al tran-tran di ufficio-coniuge-televisione-ché-c’è-la-Champions-o-Carlo-Conti.
Tirando le somme, ‘sto nobilissimo concetto, su cui la “filosofia occidentale” (un altro termine che meriterebbe una bella revisioncina… sigh!) macina penne ab illo tempore, non si traduce in altra cosa concreta che in: Penso agli affari miei; tu bada ai tuoi e andremo d’accordissimo.
Ma siamo sicuri di volere una vita del genere? Io, da parte mia, conto su un’educazione (quasi) ipercattolica, che mi ha avvicinato ai concetti di “comunione gerarchica”, “iniziazione”, “sacralità”, “obbedienza”, "tradizione",“Ecclesia” (ἐκκλησία: un altro concetto greco, toh…). I campi-scuola e il collegio universitario, con il loro accento sul collettivo e il loro invito a rintuzzare l’ego, hanno fatto il resto.  Tutto ciò, a ben vedere, è lontanissimo dall’individualismo tanto scialbo quanto intoccabile (provate a dire che uno, in fondo, dovrebbe guardare al di là del proprio personale piacere e vedrete con quanto “libero dibattito” vi verrà risposto) che permea il nostro quotidiano. E sapete che vi dico? Non è stato affatto male. L’obbedienza non mi ha umiliato, le gerarchie non mi hanno sminuito, la sacralità non mi ha intimorito, le iniziazioni non mi hanno posseduto, le tradizioni non mi hanno ingessato. Sono sempre io, la solita vecchia ciabatt… ehm, ragazzotta di paese che scribacchia. Ma con una consapevolezza in più: il gusto del “noi” è dolce. E perduto. Perché regna la paura di “perdere un pezzo”, se si concede qualcosa di più al “noi” e qualcosa di meno all’ “io”. Anzi: sotto sotto, molti hanno la fifa di vedersi trasformati in manichini orwelliani, neocrociati o fascistoidi, se non sbattono in faccia, a muso duro, che “loro fanno quel che vogliono”. Prima di tutto, questa asserzione è sempre falsa, perché nessuno fa tutto quel che vuole, dato che è limitato dalla presenza del prossimo –o dalle leggi fisiche. In secondo luogo, ciò che viene da orgoglio e pregiudizio è sempre un autoinganno.
Se proprio, però, si vuole indossare il manifesto della “libertà alla greca”, che si vada a rivedere ciò che essa era nell’Atene del V secolo a.C. Il cittadino ἐλεύθερος godeva di παρρησία (parrēsìa), “diritto di parola”, negli organi assembleari. Partecipava come giudice al tribunale popolare. Prendeva le armi personalmente, in caso di guerra, e il suo censo era calcolato proprio in base al tipo di armamento che si poteva permettere. Ricopriva cariche per sorteggio, quando non erano necessarie competenze specifiche (come per gli strateghi). Finanziava i festival teatrali che radunavano la comunità attorno alle tematiche più scottanti o l’allestimento delle triremi per la marina militare –naturalmente, se era sufficientemente facoltoso. La sua ἐλευθερία, insomma, non aveva niente a che vedere con il “quietovivismo” imperante da “fammi-fare-ciò-che-mi-va-per-quanto-possibile”. (Ok, chiedo scusa al liberalismo, che è pur sempre una corrente rispettabile e blasonata. Il fatto è che pochi sanno cosa sia un liberalismo meditato e, in ogni caso, è ingiustificata la spocchia eurocentrica che lo vorrebbe modello di civiltà universale). Era più simile a ciò che diceva il caro, vecchio signor G., come abbiamo ricordato in apertura:

…libertà è partecipazione. 

Anche quando non fa comodo.

Commenti

  1. Sottoscrivo: liberta' e' agire nel pieno sviluppo delle proprie doti, che pero' raggiungono l'apice nella relazione dialettica con gli altri. Il limite non e' limitazione, ma occasione di potenziamento.

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