lunedì 10 dicembre 2012

Sentieri selvaggi


‹‹Voi non sapete cosa significhi giocare a “indiani VS cowboy”… Non conoscete quell’emozione…›› divaga R. Può darsi che sia vero. Anche se a me piaceva giocare coi miei cugini di terzo grado, che facevano giochi “da maschi”, con armi e inseguimenti.
            Siamo in una delle due sale TV del collegio e stiamo commentando The Searchers - Sentieri selvaggi (1956). La complessa trama si può riassumere così: i searchers, i “cercatori”, sono Ethan, soldato dal passato oscuro, e Martin, suo figlio adottivo d’origini pellerossa. Vogliono rintracciare le nipoti del primo, rapite dai Comanche. Naturalmente, dubitano di ritrovarle vive. E, qualora lo fossero, non sarebbero le stesse persone di prima.
            Ripensando al film, mi vengono in mente soprattutto quei paesaggi a perdita d’occhio, con campiture rossicce contro il blu lapislazzuli del cielo. Non a caso –dice R. - la popolarità del genere western determinò l’elaborazione d’un nuovo formato di schermo: quello rettangolare attuale. Ammetto che stento a capire detta popolarità. Il western classico è piuttosto violento e xenofobo. Anche se hanno una vitalità fascinosa quelle cavalcate che ne sono la cifra (le sottolinea bene la parodia Rango). La ragione del suo declino, però, non dev’essere nella piattezza della trama e dell’ideologia sottesa. Tendo a credere a R., che ne incolpa il venir meno di quel senso dell’ignoto e dell’esplorazione senza il quale il Far West non ha senso.
            Sentieri selvaggi ha anche qualcosa in più. Riesce a rendere l’ambiguità dell’eroe, che non è né immacolato, né malvagio. Opera dalla parte dei coloni, odia cronicamente i Comanche, ma è anche colui che li conosce profondamente: quasi uno di loro. Per lui, la sostanziale differenza tra la cultura anglosassone e quella dei nativi americani è questa: ‹‹I Comanche, quando hanno ben cercato una cosa e non ce l’hanno fatta, smettono. Per loro, è impossibile pensare che i “bianchi” siano così folli da andare avanti contro ogni speranza››. Mentalità di chi vuol vincere a tutti i costi, mi verrebbe da commentare perfidamente. O di chi, in realtà, non vuol raggiungere l’apparente oggetto della ricerca, ma altro. Ethan, forse, vuole se stesso. Vuol capire se abbia ancora una famiglia in cui riconoscersi o se ciò che ne rimane (le due nipoti e, infine, solo la più piccola, Debbie) sia stato definitivamente alienato da lui. In un modo o nell’altro, lui è un loner, un solitario. Lo sarà fino alla fine, quasi per legge di gravità –la stessa che ha allontanato la sua donna da lui per gettarla nelle braccia del fratello.
La violenza è endemica, come non potrebbe non essere in un mondo dove nativi e coloni lottano per ogni vitale palmo di terra. Eppure, è resa non solo evitando edulcorazioni, ma anche rimanendo lontani da uno splatter gratuito o dall’esaltazione. I momenti più sanguinosi si consumano fuori scena; sono suggeriti soltanto. Per questo, ancora più terribili. Non mancano i tocchi di umorismo, mai fuori posto in una tragedia (Shakespeare docet). L’eroe non emerge tanto per la propria forza, quanto per la propria lucidità. Mentre gli altri personaggi si lasciano guidare da ira e apprensione, lui calcola ogni mossa e ha sempre, dannatamente, ragione. Riesce perfino a intravedere la verità nelle parole di un “vecchio pazzo”.  
La ricerca di Ethan si svolge fra gesti ampi, che il regista John Ford volle mutuare dal cinema muto, e un’epicità ormai impensabile per i gusti del pubblico. Abituati a un cinema che è –da una parte- borghese intrattenimento e –dall’altra- arte cerebrale e intimistica, facciamo fatica a capir l’immane semplicità di Ethan che risolleva fra le braccia la nipote. Facciamo fatica a capire che quella ragazzina minuta, per lui, pesa come il mondo. L’unico che gli resti.

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