Il primo
è Ugolino della Gherardesca, nobile ghibellino di Pisa. Il 10 agosto 1284,
durante la battaglia della Meloria, era il secondo al comando della flotta
pisana contro quella genovese. La sconfitta di Pisa in quell’occasione è
famosa. Al ruolo militare di Ugolino, Chiofalo ha dedicato “La ballata
dell’eroe” di Fabrizio De André e “Generale” di Francesco De Gregori. Entrambe
le canzoni sono permeate da uno spirito antimilitarista che può accompagnarsi
alle amare critiche di Dante verso la bellicosità dei Comuni.
Il conte Ugolino si trova nel Cerchio IX, fra i traditori della patria. In vita, per rompere la lega antipisana fra Genova, Lucca e Firenze, cedette alcuni castelli a queste due ultime città. Questo gli valse un’accusa di tradimento. Nel 1288, l’arcivescovo ghibellino Ruggieri degli Ubaldini lo invitò ad accordarsi con lui. In realtà, era una trappola: Ugolino fu imprigionato con due figli e due nipoti. Furono tutti lasciati morire di fame (1289). Dante colloca perciò Ruggieri nello stesso luogo di dannazione di Ugolino e quest’ultimo va divorandolo per l’eternità, a titolo di contrappasso. Il racconto dantesco rende l’episodio ancora più straziante: il conte viene rappresentato come padre di quattro bambini prigionieri con lui e viene sottolineata la sua impotenza davanti alla illimitata fiducia che i figli hanno nella sua figura di genitore. Dante sceglie di non svelare se sia vera o meno la voce per cui Ugolino si sarebbe nutrito dei cadaveri dei bimbi. Le più recenti analisi sulle ossa dei cinque prigionieri la smentiscono. Tuttavia, ciò non depotenzia quell’ambigua ellisse che chiude il racconto del conte:
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.
Chiofalo ha dedicato al tragico epilogo “Passalento” di Ivano Fossati e “Auschwitz” di Francesco Guccini.
Se il
conte pisano era tragico e controverso, frate Alberigo è spregevole. Si trova
ancora più in basso, fra i traditori degli ospiti. Il ghiaccio in cui è immerso
(secondo la pena prevista nel Cerchio IX) gli lascia libera solo la faccia. Le
sue stesse lacrime si congelano. Dante promette di togliergli quella maschera
di ghiaccio, in cambio del racconto della sua storia. Alberigo narra quindi di
essere un frate gaudente di Faenza, della famiglia dei Manfredi. Era ancora
vivo nel 1300, anno in cui è ambientato il viaggio di Dante; ma l’anima spiega
di essere discesa all’Inferno prima della morte, lasciando un demone nel corpo
al proprio posto. Frate Alberigo aveva invitato a pranzo due suoi parenti,
raccomandando ad alcuni sicari di ucciderli all’arrivo della frutta. Dopo l’abominevole
confessione, Dante decide di rompere la propria promessa e di lasciargli sul
volto le lacrime ghiacciate: questo gli comanda lo sdegno morale. La meschinità
di Alberigo ha spinto Chiofalo a commentare con “Infinito” di De Gregori: un
invito a riconoscere la piccolezza umana. La serata si è chiusa con “La storia
siamo noi”, dello stesso cantautore: un richiamo alla responsabilità di tutti
verso le atrocità della storia. Ancora oggi, infatti, la fame è arma di guerra
e la slealtà dei “grandi della Terra” è dietro l’angolo.
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