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Il conte Ugolino e frate Alberigo tra ieri e oggi

Domenico Chiofalo al Teatro Civico di Manerbio, mentre parla del conte Ugolino e di frate Alberigo.
Ormai, a Manerbio sono familiari le letture dantesche di Domenico Chiofalo, avvocato con la passione per la “Divina Commedia” e per il pianoforte. L’8 novembre 2025, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, è stato il relatore di un incontro intitolato “Il canto XXXIII dell’Inferno. Il canto del conte Ugolino e di frate Alberigo”. Ha illustrato la storia dei due personaggi, intercalando canzoni al pianoforte. 

            Il primo è Ugolino della Gherardesca, nobile ghibellino di Pisa. Il 10 agosto 1284, durante la battaglia della Meloria, era il secondo al comando della flotta pisana contro quella genovese. La sconfitta di Pisa in quell’occasione è famosa. Al ruolo militare di Ugolino, Chiofalo ha dedicato “La ballata dell’eroe” di Fabrizio De André e “Generale” di Francesco De Gregori. Entrambe le canzoni sono permeate da uno spirito antimilitarista che può accompagnarsi alle amare critiche di Dante verso la bellicosità dei Comuni.

            Il conte Ugolino si trova nel Cerchio IX, fra i traditori della patria. In vita, per rompere la lega antipisana fra Genova, Lucca e Firenze, cedette alcuni castelli a queste due ultime città. Questo gli valse un’accusa di tradimento. Nel 1288, l’arcivescovo ghibellino Ruggieri degli Ubaldini lo invitò ad accordarsi con lui. In realtà, era una trappola: Ugolino fu imprigionato con due figli e due nipoti. Furono tutti lasciati morire di fame (1289). Dante colloca perciò Ruggieri nello stesso luogo di dannazione di Ugolino e quest’ultimo va divorandolo per l’eternità, a titolo di contrappasso. Il racconto dantesco rende l’episodio ancora più straziante: il conte viene rappresentato come padre di quattro bambini prigionieri con lui e viene sottolineata la sua impotenza davanti alla illimitata fiducia che i figli hanno nella sua figura di genitore. Dante sceglie di non svelare se sia vera o meno la voce per cui Ugolino si sarebbe nutrito dei cadaveri dei bimbi. Le più recenti analisi sulle ossa dei cinque prigionieri la smentiscono. Tuttavia, ciò non depotenzia quell’ambigua ellisse che chiude il racconto del conte:

 Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.

            Chiofalo ha dedicato al tragico epilogo “Passalento” di Ivano Fossati e “Auschwitz” di Francesco Guccini. 

Domenico Chiofalo si esibisce al pianoforte a Manerbio, durante la serata dedicata al conte Ugolino e a frate Alberigo.

            Se il conte pisano era tragico e controverso, frate Alberigo è spregevole. Si trova ancora più in basso, fra i traditori degli ospiti. Il ghiaccio in cui è immerso (secondo la pena prevista nel Cerchio IX) gli lascia libera solo la faccia. Le sue stesse lacrime si congelano. Dante promette di togliergli quella maschera di ghiaccio, in cambio del racconto della sua storia. Alberigo narra quindi di essere un frate gaudente di Faenza, della famiglia dei Manfredi. Era ancora vivo nel 1300, anno in cui è ambientato il viaggio di Dante; ma l’anima spiega di essere discesa all’Inferno prima della morte, lasciando un demone nel corpo al proprio posto. Frate Alberigo aveva invitato a pranzo due suoi parenti, raccomandando ad alcuni sicari di ucciderli all’arrivo della frutta. Dopo l’abominevole confessione, Dante decide di rompere la propria promessa e di lasciargli sul volto le lacrime ghiacciate: questo gli comanda lo sdegno morale. La meschinità di Alberigo ha spinto Chiofalo a commentare con “Infinito” di De Gregori: un invito a riconoscere la piccolezza umana. La serata si è chiusa con “La storia siamo noi”, dello stesso cantautore: un richiamo alla responsabilità di tutti verso le atrocità della storia. Ancora oggi, infatti, la fame è arma di guerra e la slealtà dei “grandi della Terra” è dietro l’angolo.

 Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 222 (dicembre 2025), p. 20.

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