Pensiamo, per esempio, alla “Purificazione” di Sheila:
forme disciolte in onde, interamente del colore della notte. Oppure, a “Il
rifiuto” di Cristina Brognoli: da alcune bottiglie di plastica gettate via,
nascevano una rosa e una croce. Era un chiaro augurio di rinnovamento ecologico
e spirituale.
Fabiana Brognoli aveva creato “Sotto la stessa pioggia”.
Il titolo si riferisce al filo conduttore da lei scelto per le opere con cui
intende partecipare alla serie di mostre sui colori: la pioggia, appunto. Abitualmente
segno di purificazione, benedizione o malinconia, nella versione “nera” è
completamente stravolta. L’acqua dalle nubi diventa contaminazione, oscurità e
dolore: una verità amara e ineluttabile che ricade su tutti. La figura umana
che corre sotto la pioggia nera è ciascuno di noi nei momenti di disperazione e
crisi.
Vanessa Anzoni aveva portato “Oro nero”: un bassorilievo
raffigurante un airone morente in una chiazza di petrolio. Le perdite di
petrolio nei mari sono infatti cause di morte atroce per gli animali acquatici.
Questo tipo di catastrofe ambientale è stato da lei reso con pathos,
utilizzando la resina per riprodurre la viscosità dell’ “oro nero”.
Un segno di luce e speranza veniva invece dalla creazione
di Giovanna Cremaschini: “Non avrò più paura”. Di carattere apertamente
religioso, rappresentava l’angoscia del Golgotha come preludio alla
Resurrezione. Tra gli alberi, infatti, il Cristo era rappresentato come già
risorto e luminoso (grazie ai riflessi della vernice nera).
Il senso del sacro tornava nell’opera di Ermanno Sterza: “Cautela”. Per “sacro”, l’artista intendeva quel “luogo altro” ove l’umanità colloca abitualmente le “forze superiori” e, quindi, incontrollabili. Il nero, qui, indicava l’inconoscibile: il divino, la follia, il sogno, il caos, tutto ciò che va trattato con cautela, appunto.
Una sorta di ponte fra l’arte del passato e quella
contemporanea era “Dentelle Noire” (= “Pizzo Nero”) di “FuckNews”, pseudonimo
dell’artista. In due fotografie “gemelle”, stampate su tela, un giovane di
colore era rappresentato in scuri abiti settecenteschi: prima ad occhi chiusi,
poi ad occhi aperti. Lo stupore di queste palpebre spalancate suggeriva
all’osservatore la sorpresa del personaggio, che non si aspettava il nostro
sguardo. L’ironia era sottolineata dalla maschera africana che accompagnava il
protagonista: dunque, uno dei due volti non era reale!
La mostra comprendeva un nutrito contributo del Fotoclub
di Manerbio: una serie di foto d’epoca (in bianco e nero, appunto)
rappresentanti bambini intenti a giocare. Era uno di quei casi in cui il nero
era un colore di speranza.
Speranza, guerra, leggerezza, angoscia, paura, rinascita:
la tinta della terra e della notte si è espressa in tutte le sue potenzialità e
la sua forza. Oltre agli artisti già menzionati, erano presenti Lorena Lamagni,
Enrica Stocchetti, Luigi “Bigiai” Viviani, Lorenzo Piovani e Fabio Sterza.
Ciascuno di loro ha meravigliato i visitatori con idee e forme che speriamo non
vi siate persi.
Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 222 (dicembre 2025), p. 9.
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