domenica 31 dicembre 2017

Perché non cito Gramsci a Capodanno

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.)

Ecco, citato integralmente, il celebre articolo che rimbalza di bacheca in bacheca, di augurio in augurio, quando va appropinquandosi il Capodanno. E che io (fatevene una ragione) mi rifiuto di sottoscrivere facilmente.
Antonio Gramsci, Odio il capodanno
Fonte: munafo.blogautore.espresso.repubblica.it
            Non perché non intenda il senso di queste parole, anzi. Gramsci lancia una provocazione intelligente, diretta contro il modo acritico e fossilizzato d’intendere il tempo e la storia. È vero: sovente, non v’è riflessione, nello studiare la periodizzazione delle epoche e nel prepararsi alle ricorrenze. Si fa e basta. Si sostiene che, nel 1492, è finito il Medioevo ed è iniziata l’età moderna; che, nel 1815, è finita l’età moderna ed è cominciata quella contemporanea. Perché? Perché così ci è stato dettato. Sembra che, allo scadere di un anno, l’umanità debba deporre il calamo dei monaci per impugnare le armi da fuoco, o dimenticare il latino per i vari volgari: così, in un botto, come quelli che vengono sparati la notte di San Silvestro. Ciò è demente, caro Antonio: su questo, ti do ragione. Il senso comune è spesso privo di buonsenso - giusto per riecheggiare accanto a te Manzoni, e rimescolare quelle troppo rigide divisioni fra epoche. Mi permetto solo di dirti una cosa: se non ti chiamassi Antonio Gramsci, certi passi dell’articolo mi parrebbero poverissimi di sale. Mi riferisco al disprezzo per ciò che ci hanno insegnato gli antenati: coloro che hanno faticosamente guadagnato conoscenze e pratiche da trasmetterci, affinché noi (nani sulle loro spalle) potessimo risparmiarci la fatica di conquistarle di persona, e andare oltre - persino permetterci il lusso di dileggiarli. Non bisogna sputare sul calendario: sanno bene Giulio Cesare e Gregorio XIII che fatica iniqua sia metterne a punto uno, perché i membri di una popolazione cerchino di danzare al passo l’uno dell’altro, e (tutti insieme) al passo del cosmo.
            Perché, poi, dovrei essere perplessa, davanti al fenomeno delle festività? Se è vero che molti dormono nell’ignoranza del loro significato, è vero anche che questo sonno non è obbligatorio. Oltre a librerie e biblioteche, ho a disposizione la magia di Internet (va bene, non lo conosci… sei nato troppo presto…). Aggiungendo tutto questo ai miei studi universitari, ecco comparire davanti a me (strappati ai travetti artificiosi delle cronologie) i Saturnali, e i riti di Yule, e le loro vivissime ragioni. Vivissime, sì. Anche se le tecnologie odierne edulcorano le insidie delle stagioni, sotto la crosta di protezioni che ci siamo creati… siamo sempre gracili figli della terra. E questi mesi sono i più bui e i più freddi: quelli dell’influenza, della tosse, del cappotto. Basta pensare, per un attimo, a cosa sarebbe di noi senza le stregonerie che perpetuano calore e disponibilità di cibo anche in questi mesi… per ritrovare la bellezza del solstizio, con le ore di luce che tornano ad allungarsi; lo splendore dell’agrifoglio, verde e rosso in mezzo alla natura morta (oltre che febbrifugo); la potenza del fuoco che riscalda, come il sole sfuggito alla stagione delle tenebre; il sapore di un banchetto, in cui ci si godono le scorte di cibo, in barba al gelo calato sulla campagna; il riunirsi per creare una calda cerchia, o spaventarsi narrando dei morti che tornano fra noi, ora che tutto sembra morire.
            Ecco perché non odio il Capodanno e tutte le sacrosante feste che compongono il cerchio dell’anno. Perché sono momenti forti, coreografie speciali nella danza della vita. Se i miei consimili mi paiono troppo addormentati per apprezzarne il senso, li aiuto a stimolarne la reminiscenza - anziché buttar via la perla che la cecità impedisce di valutare.

            Per il resto, grazie d’averci ricordato che la vita ricomincia tutti i giorni. Che ogni benedetto dì potrebbe essere il momento per iniziare da capo… che è un dono da non perdere, perché la vita è nel presente. Perder di vista questo sarebbe una dimenticanza anche più pericolosa di quella a cui ho accennato. Ti avrei augurato un buon Capodanno quotidiano, caro Antonio - se io fossi nata prima. Ora, posso solo augurarlo al mondo intero.


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