sabato 16 dicembre 2017

“La mia Africa”: la LUM in viaggio con Karen Blixen

la mia africa film scena
Una scena del film La mia Africa.
Alla Libera Università di Manerbio (LUM), prosegue l’ideale giro del mondo in 28 giorni. Dopo il Vicino Oriente (con i Templari) e l’Europa (col muro di Berlino), è arrivata l’Africa. E il dr. Enrico Danesi l’ha presentata servendosi del cinema. 
            Pochi sanno che, dai Paesi africani, proviene un’ottima produzione cinematografica: perlopiù, film a basso budget, pensati per la visione privata, ma con contenuti di spessore: religiosi, o legati alla diffusione dell’AIDS. Secondo uno studio dell’Istituto di Statistica dell’UNESCO (2009), nel 2006, la Nigeria è divenuta il secondo Paese al mondo per produzione di film, subito dopo l’India. Se, per quest’ultima, si parla di “Bollywood”, per la Nigeria è proverbiale “Nollywood”.
            Il 23 novembre 2017, però, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” non è stato proiettato un film africano. La scelta è caduta su una pellicola famosa, che mostra lo sguardo di un’europea sul Continente Nero: La mia Africa (USA, 1985; regia di Sydney Pollack). Esso è tratto dal romanzo autobiografico della scrittrice danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937.
            Nel film, la protagonista (Meryl Streep) raggiunge in Kenya il barone von Blixen (Klaus Maria Brandauer), un amico col quale ha concordato di sposarsi. Le scene scelte dal dr. Danesi riguardavano il rapporto fra Karen, l’ambiente naturale e i nativi. Lei scopre ben presto che la sua vita non sarà tanto facile. Il marito ha scelto di coltivare caffè nei loro possedimenti: pianta che non può crescere eccessivamente, in quei terreni. Sarebbe necessario irrigare; ma coloro che dovrebbero deviare il corso di un fiume sono restii a farlo: quell’acqua deve “raggiungere la propria casa”.
dottor enrico danesi
Dr. Enrico Danesi
            Né finisce qui il divario culturale fra lei e i dipendenti della fattoria. Karen ha la sicurezza della dama europea d’inizio Novecento, “portatrice di civiltà”. Sa di poter offrire medicinali efficaci, cultura letteraria, possibilità di guadagno maggiore rispetto a quelle cui i nativi Kikuyo si potrebbero sognare. Ma deve fare i conti con la loro sensibilità. Il ragazzo zoppicante di cui lei si preoccupa deve “parlare con la propria gamba”, per convincerla ad andare all’ospedale. (Il giovane finirà per farsi curare e diverrà il cuoco della baronessa). La cultura del “dominio della testa” si confronta così con quella del “dialogo con gli elementi naturali” (esteriori o parte del proprio corpo). Avviene così un ponderato “travaso” fra la signora danese e i Kikuyo: si scambiano conoscenze necessarie alle rispettive esistenze. 
            Oltre agli umani, ci sono gli animali. È una pessima idea passeggiare dimenticando il fucile sulla sella del proprio cavallo; Karen lo capisce, trovandosi faccia a faccia con una leonessa. E guai a scappare: ciò denuncerebbe alla predatrice che lei è buona da mangiare. Un atteggiamento, peraltro, che non è diversissimo da quello delle persone… Questo le viene insegnato dal nuovo amico Denys (Robert Redford). Da lui, apprende la conoscenza della natura africana. Come Denys, essa può amare ed essere amata, ma bisogna lasciare che viva la propria vita. Non è mai un possesso. E la baronessa lo scoprirà a dure spese.
            Con uno sguardo sullo sconfinato paesaggio kenyota (simile allo “sguardo di Dio” che a Karen è stato regalato da Denys), si conclude il film. Il romanzo, invece, terminava con l’allontanamento - con l’addio definitivo all’Africa.




Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 18.

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