sabato 18 marzo 2017

Roghi e punizioni

È stato un argomento decisamente fiammeggiante quello che la Libera Università di Manerbio (LUM) ha trattato il 9 febbraio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Roghi e punizioni”. Il relatore era il prof. Daniele Montanari, docente presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. 

            La “caccia alle streghe” si è svolta fra la metà del ‘400 e la metà del ‘700. “Strega” e “stregoneria” sono erroneamente associati alla magia, ovvero all’uso di poteri d’origine sconosciuta per operare mali (“magia nera”) o beni (“magia bianca”). Forme di magia, sia “alta” (erudita) che “bassa” (di origine popolare e pratica) sono state praticate normalmente in Europa per secoli. Di “stregoneria” si parla laddove si ritiene che l’officiante abbia stretto un “patto col diavolo”. I presunti streghe e stregoni erano accusati di riunirsi in “Sabba”, orge col demonio comprensive di cannibalismo e infanticidio. Ma (ovviamente) non esistevano testimoni oculari. L’inquisitore spagnolo Alonso de Salazar y Frías, nel 1610, affermò: «Questa stregoneria è solo una chimera» (da cui il titolo del romanzo di Sebastiano Vassalli, “La chimera”, 1990).
            Stabilire il numero delle “streghe” è arduo. Ci si può basare su atti di processi relativi a francobolli di territorio. La maggior parte delle attestazioni viene dall’attuale Germania. Si può affermare che, all’inizio del ‘500, gli europei colti credevano che le streghe rendessero omaggio al diavolo, ricevendone in cambio poteri straordinari e un marchio sulla pelle. La “caccia alle streghe”, insomma, è stato «un fenomeno alto-culturale che processava il basso» (Montanari). Nel 1487, i domenicani tedeschi J. Sprenger e H. Kramer pubblicarono il “Malleus Maleficarum” (= “Martello delle streghe”), sorta di manuale per combatterle. La bolla “Summis desiderantes” di Innocenzo VIII (1484) incoraggiava proprio l’attività inquisitoria dei due. Il mezzo della stampa diffuse esponenzialmente il “Malleus”. Alla caccia contribuì anche un cambio di procedura penale. Il Medioevo aveva conosciuto il sistema accusatorio: il danneggiato sosteneva personalmente l’accusa. La crociata contro i Catari (1209-1229) rese insufficiente la procedura, dato che era impossibile riconoscere i Catari dal resto della popolazione sulla base di una semplice denuncia. Fu così adottato il sistema inquisitorio: il giudice avrebbe personalmente indagato e raccolto le prove. Avrebbe poi tenuto un interrogatorio segreto col reo e i testimoni, di cui le deposizioni sarebbero state registrate per iscritto. Anche la tortura aveva posto nella procedura, come metodo per estorcere notizie. Oltre ai tribunali ecclesiastici, furono coinvolti tribunali laici. La condanna era quasi sempre a morte, preferibilmente per rogo. 

            Le denunce venivano spesso da ambiti rurali. Qui, la cucina, la medicina e l’ostetricia spettavano alle donne. Erano dunque le prime indiziate, nei frequenti casi di morte di un malato o di un bambino. Giocava un ruolo anche il terrore per le cattive annate, o per le epidemie. Le “streghe”, oltre che cuoche, guaritrici e levatrici “sospette”, erano donne senza marito (quindi “soggette a tentazioni”) o di cattivo carattere. La tortura portava a false confessioni e accuse, facendo così moltiplicare a dismisura le caccie. Dopo il picco tra ‘500 e ‘600, il fenomeno entrò in declino. Le riforme giudiziarie settecentesche, la mentalità scientifica, l’attenuarsi dei conflitti fra cattolici e protestanti, la riduzione di povertà e pestilenze fecero dissolvere gradualmente la chimera.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 6.

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