venerdì 19 agosto 2016

Un tesoretto celtico

Tra il 2006 e il 2007, a Manerbio, l’attenzione dei cittadini fu in buona parte occupata dalle “fàlere”. Si trattava di finimenti in argento per cavalli, ritrovati nel 1928 presso la cascina Remondina. Il termine deriva dalla parola greca “phàlara”, ovvero “borchia”. Questi oggetti, infatti, sono in lamina metallica e di forma rotonda. Quelle di cui stiamo parlando sono un prodotto artigianale antico e pregiato, ma che non fu presentato a Manerbio – località di ritrovamento – prima del 2006. 

            I carabinieri che, nel 1928, consegnarono le fàlere al direttore dei Musei di Brescia, le descrissero come “piccoli piatti”. Erano state rinvenute da Faustino Cominelli e Domenico Petrali, contadini al servizio del nobile Federico Gorno, mentre ampliavano la buca del letame. All’epoca, furono credute di epoca longobarda. Carlo Albizzati, nel 1933, le definì invece come celtiche. La Pianura Padana, per l’appunto, fu abitata dalla popolazione celtica dei Galli Cenomani dall’inizio del IV secolo a.C. La parentela delle fàlere coi loro manufatti è ipotizzabile grazie ad alcuni elementi di somiglianza. I resti di catenella che le accompagnano sono simili a quelli ritrovati in siti di roccaforti celtiche in Boemia e Moravia, non databili prima del I sec. a.C. Sul bordo delle “fàlere”, corrono immagini di teste ovali simili a quella rappresentata su una moneta d’argento del I sec. a.C., attribuibile ai Taurisci, che abitavano nella zona orientale dell’arco alpino. Quattordici fàlere tracie ritrovate in Bulgaria permettono un confronto ancora più chiaro. Altri reperti ritrovati in Europa orientale, nei pressi dei Carpazi, e databili alla prima metà del I sec. a.C., documentano l’uso di queste borchie artistiche come finimenti per cavalli. Guerrieri con cavalcature così bardate sono infatti rappresentati su una moneta dei Boi della Pannonia (tra le attuali Croazia e Ungheria) e sul calderone rinvenuto a Gundestrup (Danimarca). 

            La più grande, al centro, reca un segno detto, in greco, “triskele”: un simbolo solare formato da tre raggi curvilinei. Il bordo delle fàlere è invece decorato, come abbiamo detto prima, da immagini di teste. Esse, probabilmente, alludono alle teste dei nemici vinti in battaglia, riportate come trofei dai guerrieri celtici. È possibile anche un’interpretazione magica e religiosa: si riteneva che, nel capo, risiedesse la forza dell’individuo; il volto, come maschera, poteva rappresentare la divinità.
            Le fàlere di Manerbio sono custodite nel Museo di Santa Giulia a Brescia, nella sezione “L’età preistorica e protostorica”.
            Per saperne di più: Le fàlere a Manerbio. Ornamenti in argento per cavalli, un dono tra capi di genti celtiche del I secolo a.C., a cura di Francesca Morandini con un contributo di Venceslas Kruta, catalogo realizzato in occasione della mostra presso il Museo Civico di Manerbio, 8 ottobre 2006 – 8 aprile 2007, Edizioni Et, Milano 2006.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 111 (agosto 2016), p. 7.

Nessun commento:

Posta un commento

Si avvisano i gentili lettori che (come è ovvio) non verranno approvati commenti scurrili, offese dirette, incitazioni all'odio di qualunque tipo, messaggi che violino la privacy o ledano l'onore di terzi. Si prega di considerare questo blog come uno spazio di confronto, così come è stato fatto finora, e non come uno "sfogatoio". Ci scusiamo per eventuali ritardi nella pubblicazione dei commenti: cause (tecnologiche) di forza maggiore. Grazie.