lunedì 29 agosto 2016

Confiteor

Tempo fa, ho composto un’Apologia negativa, per riflettere su quali non fossero i motivi per cui avevo abbandonato il cattolicesimo. Per un’esigenza di chiarezza con me stessa e con coloro con cui mi relaziono, preferisco aggiungere - ora - dichiarazioni in positivo. 

            Ho trascorso circa due anni di precarietà in senso spirituale, cosa abbastanza ovvia per chi prenda sul serio questo ambito e non voglia fare affermazioni affrettate o false. Ma, alla fine, il processo ha raggiunto il proprio esito. All’inizio, la mia crisi religiosa sembrava legata alla mia appartenenza al mondo LGBT. Ma questo, per anni, non era stato sufficiente a scalfire la mia esperienza di fede. Avevo contattato il Progetto Gionata e l’associazione "Il Guado", due realtà ricche di stimoli in questo senso. Anche senza di queste, avrei comunque riposato sulla pace della mia coscienza, perché in nulla dei miei sentimenti o dei miei atti si potevano trovare morbosità o consumismo del piacere.
            Il discorso è cambiato, nel momento in cui è stata in questione la natura di ciò che chiamavo “fede” o “adesione al cattolicesimo”. Per essere membri a pieno titolo della Chiesa di Roma, è essenziale l’aspetto dottrinale: ovvero, la coincidenza fra le proprie convinzioni e gli insegnamenti raccolti nel documento noto come Catechismo; o, almeno, la volontà di farli coincidere. Per una sintesi e un confronto, rimando al testo dell’Atto di fede.
            La mia vita religiosa, invece, aveva radice in un’esperienza di esplosiva illuminazione che avevo sperimentato nella preghiera verso i miei dodici anni. Ridurla interamente in parole è impossibile. Posso paragonarla all’inondazione improvvisa della mia psiche, d’un tratto ripiena di un “caldo sentimento” che le faceva vedere ogni cosa come preziosa e prodigiosa. L’unica cosa con cui sapevo confrontarla erano le estasi dei santi, nelle note agiografie. Né fu quella la fine del mio percorso, anzi. Ma sarebbe troppo lungo relazionarlo in questa sede.
            Il fatto che la mia fede venisse da una forte esperienza personale e non dall’opera persuasiva di un’istituzione, però, la rendeva già di per sé aconfessionale. Il misticismo, così come le apparizioni e la taumaturgia, è un fenomeno che le religioni storiche organizzate cercano d’inglobare - perché attira adesioni e perché non lo si può ignorare. Ma causa anche imbarazzo e volontà di indagare, proprio per la sua difficile riducibilità a un’ortodossia. Non è dogma; e non è razionalizzabile. Trova la propria radice nel suo stesso verificarsi, nell’essere esperienza e fatto. Per questo, non posso tuttora affermare che i fenomeni religiosi siano fatti di sola menzogna. Ma quel che abbiamo considerato impone un’altra osservazione: ciò che ho vissuto nella preghiera avveniva dentro di me. Non aveva un’evidenza incontrovertibile per gli altri, né si verificava necessariamente in loro. Era, letteralmente, un’esperienza per iniziati. Era in contrasto con l’assunto dell’esistenza di un Dio oggettivo ed esteriore - tanto esteriore da essere trascendente. Potevo ben considerare la mia esperienza un “dono di Dio”, una “prova della Sua esistenza”. Potevo tacciare gran parte del mondo di essere troppo cieco per vederLo. Ma l’assoluta casualità della mia illuminazione mi aveva mostrato come fosse impossibile produrla “a comando” e anche come non esistessero ragionamenti o prove empiriche per renderla evidente.
            I miei studi nel campo delle Lettere antiche - e dei testi biblici in particolare - mi restituirono un quadro inesauribile dell’esperienza religiosa ebraico-cristiana. Mi resero - per così dire - più vive e concrete quelle vicende che avevo gustato solo sotto forma di pie storielle. Ma cancellarono qualunque possibilità di dogmatismo. I testi sacri mi apparvero nella loro storia di aggiunte, traduzioni, interpolazioni, incertezze sul canone. Ciò mi dimostrò che, dietro di essi, c’era una viva esperienza storica del “divino”, cosa che spiegava la tormentata vicenda dei testi. Quel che è vivo si muove. Di certo, non avrei potuto brandire quei versetti come arma di certezza incrollabile. Ma la confessione in cui ero cresciuta era comunque contraria al letteralismo, nella lettura dei testi biblici, quindi non mi parve un grosso problema.
            Non potendo trovare conoscenze oggettive sul divino fuori da me stessa, mi concentrai su quanto di tangibile e innegabile avevo a disposizione: quella mia primitiva esperienza e ogni cosa si muovesse dentro di me nel rito e nell’orazione. Sviluppai così, inconsapevolmente, un atteggiamento tipico delle tradizioni spirituali non teiste. Ritrovai il mio vissuto interiore nei racconti dei saggi taoisti e nel satori del Buddhismo zen.
            Già da tempo, per il resto, mi sentivo sempre più lontana da atteggiamenti tipici dei cattolici ferventi, che erano stati anche miei. Non mi sforzavo più di leggere qualunque avvenimento secondo i dettami dottrinali, perché mi rendevo conto che quel surriscaldamento mentale complicava la realtà, anziché renderla più chiara. Trovavo anche assai poca onestà intellettuale nel voler incasellare ogni fenomeno in uno schema già dato: la mia mente, in quel modo, serviva solo il mio bisogno di rassicurarmi e la mia superbia di sentirmi nel vero, più che l’interesse di conoscere.
            Il mio distacco dal cattolicesimo diveniva anche morale. Condividevo sempre meno il tipico atteggiamento “i precetti rimangono questi, pratichiamoli come possiamo”. Trovavo che una regola, per essere tale, dovesse essere non solo applicata effettivamente (e in prima persona!), ma anche essere dettata da una necessità. E la Necessità non ha misericordia. Ma non impone nemmeno sforzi superflui, generatori di nevrosi o ipocrisie, come mi è capitato di rilevarne in persone che volevano essere all’altezza di un’immagine troppo diversa da loro stesse. I richiami evangelici contro le complicazioni farisaiche della morale incoraggiavano queste mie convinzioni.
            Nel frattempo, sia la mia riflessione personale, sia l’esperienza della meditazione zen mi facevano toccare con mano l’inconsistenza delle mie immagini mentali. Avevo già sperimentato l’impossibilità di afferrare il divino con le categorie del pensiero; si aggiunse la consapevolezza della loro fallacia. Essa non si trasformò in nichilismo, ma in un più forte senso della realtà - che, in quanto tale, può solo essere vissuto, non trasmesso a parole. Questo senso della realtà è anche ciò che tiene lontani dai due estremi del relativismo spicciolo e del dogmatismo. Entrambi sono sradicamenti dal concreto.
            Credo che quanto detto sia sufficiente a spiegare l’espressione con cui mi sono chiamata: “agnostica non razionalista”. “Agnostica”, perché le mie posizioni non coincidono con nessuna delle religioni che conosco; perché dare al trascendente qualche attributo (compreso quello della non-esistenza) significherebbe contraddirne la trascendenza, che è inafferrabilità da parte degli strumenti conoscitivi. “Non razionalista”, perché riconosco dignità socio-culturale (e necessità alla felicità umana) anche a ciò che non è prodotto della mera ragione: misticismo, taumaturgia, arte romantica e surreale, poesia, rapporti affettivi, meditazione, estasi, sensazioni.

Per lunga che possa sembrare questa confessione - che è anche una dichiarazione di apostasia - nessuna parola, in essa, è definitiva o superflua.

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