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L'aquila e la gallina

Un giorno, la gallina si recò al cospetto dell'aquila e le chiese: "Spesso ti vedo tagliare il cielo con la tua ombra -e sempre con timore. Ti riconosco, ogni volta identica, ogni volta sola. Le rondini e le quaglie hanno il proprio stormo, che mi fa comprendere come non si possa esistere se non esistono i propri simili. Di te soltanto non ho mai visto il somigliante. Dove sono le tue compagne, o aquila?"

"Non ne ho" rispose l'altra, altera. "Io abito in una fenditura nella roccia, ove a pena v'è spazio per me ed i miei piccoli."
"Non fa forse freddo, quassù?" rabbrividì la gallina. "Su questo hai ragione" concesse l'aquila. "L'aria taglia le carni fra le piume ed è pregna di gelide nubi."
"A terra, sale calore dal suolo. E noi compagne possiamo stringerci, per sentire il nostro tepore" riprese l'uccello da cortile. "Se scenderai fra noi, neppure tu avrai più freddo."
L'aquila fece un cenno di diniego. "Tante volte ho visto la vostra terra, in volo. E' nera ed opaca; pullula di creature che la graffiano e la insozzano, schiamazzando come insensate. Io non posso abbassarmi a tanto".
"La terra non è affatto nera" replicò l'altra. "E' tenera di verde ed accesa di giallo, quando matura il granoturco. O aquila, da quassù sei sicura di poter vedere la terra?"
A quelle parole, il rapace non rispose. In un lampo di penne, prese il volo. La gallina lo vide affondare nel cielo d'acciaio, sempre più lontano, finché fu indistinguibile da un cristallo di neve.

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