Periodo di Halloween, periodo di horror… Perché non indagare anche orrori reali? È l’idea alla base di uno spettacolo organizzato dal Comune di Manerbio presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi”. La sera di venerdì 30 ottobre 2026, è andato in scena Il colore del male – La follia di Jack lo Squartatore, una pièce teatrale diretta e interpretata da Christian Zeli. Con lui, sul palco, c’erano Marta Scaglia e Simone Capirola, per dare corpo ai personaggi muti: le vittime di Jack, i poliziotti londinesi, gli angeli dell’Aldilà.
Jack lo Squartatore: un serial
killer, il serial killer
Christian
Zeli ha imperniato il monologo proprio su questa assenza di identità,
presentandosi in scena con una mezza maschera metallica: impossibile non
pensare alla Maschera di Ferro e al Fantasma dell’Opera, altri punti di domanda
umani in bilico fra storia e leggenda.
Solo
Jack lo Squartatore ha parlato al pubblico. Gli altri personaggi si muovevano
come sue proiezioni, ossessioni, fantasie. Già così era evidente la tipica
solitudine del serial killer, nata dall’impossibilità di percepire gli
altri come “vere persone”.
Eppure,
se l’assassino mancava di empatia, non era privo di una sua sensibilità
acutissima – sensibilità da predatore, verrebbe da dire. Nella versione
teatrale, affermava di vedere “i colori delle persone”: il marrone
dell’odio, il giallo della paura, il rosso della lussuria, l’abbaglio accecante
dei bambini… Non c’era mai il colore dell’amore, però. Forse non esiste?
Forse era precluso a Jack? Come poteva capirlo, se non gli era possibile
confrontarsi con un punto di vista diverso dal suo? Se era convinto di essere l’unico
a “vedere”?
Il fatto più curioso è che un
simile fenomeno non è affatto unico al mondo. Ne ignoro il nome scientifico, ma
i cultori di esoterismo lo chiamano “aura” e si riferisce all’alone
luminoso e colorato che renderebbe visibile lo stato d’animo e la personalità
di un essere vivente.
Proprio
in nome di questi colori il Jack teatrale ha iniziato a uccidere: i colpi del
suo coltello portavano a galla tutte le tinte dell’umanità, nella loro versione
più varia e più vivida. La sua fame di morte era una paradossale fame di
vita, di tutta la ricchezza di sfumature che può offrire, cercata
nell’unico modo di cui era capace.
Il
tutto era sottolineato da una tiritera per bambini, colonna sonora
irrinunciabile fin dai tempi di Profondo rosso. Alla fin fine, la
violenza non ha sempre una sfumatura infantile, nel suo primitivo egoismo?
Il serial killer come artista
Eppure, l’artista sa far emergere tutti i colori della vita e renderli visibili a chi normalmente li ignora, ritraendo così la verità profonda e la stessa anima dei viventi. Solo attraverso i propri atti mostruosi, Jack riusciva a vedere la bellezza e l’umanità delle “sue” donne, diceva il monologo. L’ultima, in particolar modo, ha ricevuto un nome, quello di Mary, ed era dipinta come “speciale”, quasi un “vero amore”. Impossibile ignorare, infatti, che tutte le vittime erano professioniste del sesso, cosa che lega i delitti di Jack alla sfera erotica. Arte, passione e violenza erano per lui inscindibili, tutte nate dal suo piacere egocentrico. Di un certo tipo d’artista Jack aveva davvero il grande egotismo: quello che lo spingeva a scrivere lettere di sfida alla polizia londinese. Il peggio è che l’inefficienza delle indagini alla fine dell’Ottocento poteva davvero permettergli di sentirsi al sicuro, specialmente in quel formicaio labirintico che era il quartiere di Whitechapel. La sua impunità fu il frutto del contesto storico-sociale, non certo di qualche superpotere. Ma l’ottica deformata del serial killer (egotica e ossessiva), almeno nel monologo, ha cancellato l’importanza delle circostanze e ha attribuito questa impunità alla propria “superiorità sul genere umano”.
Jack lo Squartatore, l’uomo
Tra
tutti i colori che sono connaturati all’umanità, deve ben esserci anche quello
del male. Altrimenti, perché il nome di “Jack lo Squartatore” sarebbe diventato
un brand così apprezzato dai media? Perché le signore della buona società
amavano ripassare i dettagli dei delitti bevendo il tè? Perché i bambini
mimavano per gioco i suoi misfatti?
Solo
una maschera sottilissima separa l’uomo dal mostro, ha suggerito lo
spettacolo. Può capitare a chiunque di fare l’errore del dottor Jekyll, citato
alla fine dello spettacolo: liberare l’indicibile, l’inammissibile, la sete di
sangue. Crediamo di poterlo controllare, di poterci perfino giocare. Un
monito interessante, adesso che siamo nella stagione in cui si gioca con
l’orrore.
Tuttavia,
se non è una buona idea sciogliere le sue catene, col nostro “Mister Hyde”
personale e universale dobbiamo quantomeno parlare, prima o poi, se non
vogliamo che impazzisca fino al punto di liberarsi da solo. Non è forse questa
una delle funzioni più importanti del teatro e dell’arte?


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