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Il colore del male: la follia di Jack lo Squartatore

Periodo di Halloween, periodo di horror… Perché non indagare anche orrori reali? È l’idea alla base di uno spettacolo organizzato dal Comune di Manerbio presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi”. La sera di venerdì 30 ottobre 2026, è andato in scena Il colore del male – La follia di Jack lo Squartatore, una pièce teatrale diretta e interpretata da Christian Zeli. Con lui, sul palco, c’erano Marta Scaglia e Simone Capirola, per dare corpo ai personaggi muti: le vittime di Jack, i poliziotti londinesi, gli angeli dell’Aldilà.

 Jack lo Squartatore: un serial killer, il serial killer

 Jack lo Squartatore non ha bisogno di presentazioni: chiunque ha sentito nominare il serial killer della Londra vittoriana rimasto impunito e non identificato, almeno non prima che passassero 126 anni dai suoi delitti. Le sue vittime certe furono cinque prostitute, ma potrebbero essercene state altre. Il fatto che sia rimasto senza volto né nome per più di un secolo l’ha trasformato in una sorta di simbolo assoluto, il serial killer per eccellenza, non solo uno fra i tanti. 

Jack lo Squartatore e una donna (creato con Leonardo AI).

            Christian Zeli ha imperniato il monologo proprio su questa assenza di identità, presentandosi in scena con una mezza maschera metallica: impossibile non pensare alla Maschera di Ferro e al Fantasma dell’Opera, altri punti di domanda umani in bilico fra storia e leggenda.

            Solo Jack lo Squartatore ha parlato al pubblico. Gli altri personaggi si muovevano come sue proiezioni, ossessioni, fantasie. Già così era evidente la tipica solitudine del serial killer, nata dall’impossibilità di percepire gli altri come “vere persone”.

            Eppure, se l’assassino mancava di empatia, non era privo di una sua sensibilità acutissima – sensibilità da predatore, verrebbe da dire. Nella versione teatrale, affermava di vedere “i colori delle persone”: il marrone dell’odio, il giallo della paura, il rosso della lussuria, l’abbaglio accecante dei bambini… Non c’era mai il colore dell’amore, però. Forse non esiste? Forse era precluso a Jack? Come poteva capirlo, se non gli era possibile confrontarsi con un punto di vista diverso dal suo? Se era convinto di essere l’unico a “vedere”?

            Il fatto più curioso è che un simile fenomeno non è affatto unico al mondo. Ne ignoro il nome scientifico, ma i cultori di esoterismo lo chiamano “aura” e si riferisce all’alone luminoso e colorato che renderebbe visibile lo stato d’animo e la personalità di un essere vivente.

            Proprio in nome di questi colori il Jack teatrale ha iniziato a uccidere: i colpi del suo coltello portavano a galla tutte le tinte dell’umanità, nella loro versione più varia e più vivida. La sua fame di morte era una paradossale fame di vita, di tutta la ricchezza di sfumature che può offrire, cercata nell’unico modo di cui era capace.

            Il tutto era sottolineato da una tiritera per bambini, colonna sonora irrinunciabile fin dai tempi di Profondo rosso. Alla fin fine, la violenza non ha sempre una sfumatura infantile, nel suo primitivo egoismo?

 Il serial killer come artista

 La tematica dei colori rimanda inevitabilmente all’arte. Jack lo Squartatore, sulla scena, parlava di sé come di un artista geniale: il suo coltello era il suo pennello, le vittime le sue opere. Che l’arte davvero oggettifichi e disumanizzi l’altro, riducendolo a oggetto delle proprie ossessioni? Racconti come Il ritratto ovale di Edgar Allan Poe hanno già aperto questa possibilità inquietante.

            Eppure, l’artista sa far emergere tutti i colori della vita e renderli visibili a chi normalmente li ignora, ritraendo così la verità profonda e la stessa anima dei viventi. Solo attraverso i propri atti mostruosi, Jack riusciva a vedere la bellezza e l’umanità delle “sue” donne, diceva il monologo. L’ultima, in particolar modo, ha ricevuto un nome, quello di Mary, ed era dipinta come “speciale”, quasi un “vero amore”. Impossibile ignorare, infatti, che tutte le vittime erano professioniste del sesso, cosa che lega i delitti di Jack alla sfera erotica. Arte, passione e violenza erano per lui inscindibili, tutte nate dal suo piacere egocentrico. Di un certo tipo d’artista Jack aveva davvero il grande egotismo: quello che lo spingeva a scrivere lettere di sfida alla polizia londinese. Il peggio è che l’inefficienza delle indagini alla fine dell’Ottocento poteva davvero permettergli di sentirsi al sicuro, specialmente in quel formicaio labirintico che era il quartiere di Whitechapel. La sua impunità fu il frutto del contesto storico-sociale, non certo di qualche superpotere. Ma l’ottica deformata del serial killer (egotica e ossessiva), almeno nel monologo, ha cancellato l’importanza delle circostanze e ha attribuito questa impunità alla propria “superiorità sul genere umano”. 

Jack lo Squartatore visto di spalle per le strade di Whitechapel, a Londra (creato con Leonardo AI).

 Jack lo Squartatore, l’uomo

 Eppure, per mostruose che fossero le azioni perpetrate, Jack lo Squartatore era senz’altro un uomo, come le sue vittime e i suoi giudici. Davanti a Mary, la sua ultima vittima certa, si è tolto la maschera, per dimostrarlo e per sentirsi umano fino in fondo, nel contatto con lei.

            Tra tutti i colori che sono connaturati all’umanità, deve ben esserci anche quello del male. Altrimenti, perché il nome di “Jack lo Squartatore” sarebbe diventato un brand così apprezzato dai media? Perché le signore della buona società amavano ripassare i dettagli dei delitti bevendo il tè? Perché i bambini mimavano per gioco i suoi misfatti?

            Solo una maschera sottilissima separa l’uomo dal mostro, ha suggerito lo spettacolo. Può capitare a chiunque di fare l’errore del dottor Jekyll, citato alla fine dello spettacolo: liberare l’indicibile, l’inammissibile, la sete di sangue. Crediamo di poterlo controllare, di poterci perfino giocare. Un monito interessante, adesso che siamo nella stagione in cui si gioca con l’orrore.

            Tuttavia, se non è una buona idea sciogliere le sue catene, col nostro “Mister Hyde” personale e universale dobbiamo quantomeno parlare, prima o poi, se non vogliamo che impazzisca fino al punto di liberarsi da solo. Non è forse questa una delle funzioni più importanti del teatro e dell’arte?

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