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Il Carnevale a Manerbio nella storia

Il carro di Polifemo e Ulisse al Carnevale di Manerbio 1958, con Giovanni Botta nei panni dell'astuto eroe.
Anche a Manerbio il Carnevale è un momento forte di vita cittadina. Ma com’è cambiato nel tempo il modo di celebrarlo? 

Durante la Seconda Guerra Mondiale e nel periodo immediatamente successivo, i festeggiamenti erano poveri e tristi, per ragioni facili da immaginare. A parte qualche risata amara e un po’ di canzoni oscene, non avevano molto da offrire. Tutto cambiò nel 1957, con il primo “Carnevale dei Ragazzi”. Fu organizzato dall’Oratorio, in collaborazione col gruppo “Rinascita Manerbiese”. Durò tre giorni, con un programma intenso: sfilata di carri e maschere riservata ai ragazzi entro i 16 anni; una serata di varietà musicale al Teatro Aurora con un concorso per maschere (rivolto ai bambini fino ai 12 anni); gara di automobiline a pedali, corsa di carretti montati su cuscinetti a sfera e il “Gran Trofeo Figaro”: una gimkana per garzoni di barbiere. Fra i nomi famosi del posto, emerge in particolare quello del maestro Flavio Dotta, che diresse il gruppo “Sette Note”. Tra i carri, si segnalò un elefante di cartapesta per i “dignitari indiani”, realizzato dall’artigiano Giovanni Botta.

            Nel 1958, accorsero a Manerbio anche abitanti dei paesi limitrofi, con le loro creazioni. Sfilarono per le strade i carri dedicati a Biancaneve, allo Sputnik, a una nave corsara, a Pinocchio, alle Regioni, a Cenerentola, ai nobili veneziani, ai mandarini cinesi, ai califfi e a Polifemo. Quest’ultimo era (ancora una volta) firmato da Botta, che interpretava Ulisse. Seguirono proiezioni di film comici, giochi in piazza e una sfilata di mascherine presso il Cinema Teatro Marzotto. Il programma comprendeva una “Gran Baldoria”, in cui bambini e ragazzi erano invitati a suonare strumenti rumorosi di loro scelta. Il principale promotore del Carnevale di Manerbio 1958 e delle successive edizioni fu il curato don Angelo Geroldi.

            Il 1959 segnò un’altra tappa importante: la nascita di Re Ambrognàga (= “Re Albicocca”), la maschera rappresentativa di Manerbio. Voleva simboleggiare filosofica leggerezza, allegria e una certa tendenza all’ozio. 

Gruppo dei nobili veneziani al Carnevale di Manerbio 1958.

            Proprio Ambrognàga, nel 1960, si presentò a Villa Rosa su un carro alto ben 5 metri. Né fu quella l’unica meraviglia partorita dal “Cantiere del Buon Umore”, ovvero l’Oratorio. Tra i carri, memorabile fu quello con un gigantesco Renato Rascel (allora vincitore a Sanremo) che recava in mano Domenico Modugno.

            Parlando di festival, nel 1963 si ricorda quello per voci nuove tenuto presso il Centralcine parrocchiale, antenato del Politeama. Alla serata, partecipò il complesso del maestro Silla De Faveri.

            Nel 1972, il Carnevale di Manerbio vide gli scenari realizzati dal compianto Mario Tambalotti. Altro nome illustre è quello di Nando Rampini: nel 1987, organizzò una mostra dei suoi burattini.

            Nel 1987, al Teatro Civico, si esibì “Teatroingioco”, con lo spettacolo Tingeltangen e dintorni.  “Chèi dè Manèrbe”, il gruppo dialettale legato a Memo Bortolozzi, realizzò il Caurizio Mostanzo Show, parodia di un celebre programma TV. A Renzo Arbore alludeva invece il loro Carnevao Fantastico Manerbiao, spettacolo del 1988. Anche loro commedie come I promiscui sposi (1990) e L’angrabiàda (1993) erano state composte in vista del Carnevale.

            Nel 2018, abbiamo visto i Luzzago redivivi nel palazzo che porta il loro nome, interpretati dalla compagnia “Le Muse dell’Onirico”: nuovi collaboratori per diversi eventi cittadini. Di anno in anno, il Carnevale di Manerbio esprime umori collettivi e cambiamenti, sempre nel segno della collaborazione fra realtà locali.

 

Ringraziamo Alberto Agosti per le sue ricerche.

 

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 224 (febbraio 2026), p. 5.

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