sabato 22 novembre 2014

De profundis

Nella mia solitudine domestica, ritorna l’immagine del tuo capo chino, delle tue ciglia calate sulle tue confessioni spontanee. Riecheggiava, nelle tue parole, Amleto: I am myself indifferent honest; but yet I could accuse me of such things that it were better my mother had not borne me. Ti sentivo elencare le tue ire, le tue bizze, le tue intemperanze. Davo ragione a ciascuna delle tue osservazioni. E benedicevo la vita per la tua esistenza.
            Mi venne in mente, allora, il paradosso intrinseco in ogni Amen, nel sentimento stesso del Creatore al settimo giorno. Non si può amare una perfezione, perché l’amore è rivolto a un’individualità e l’individualità è definita dai difetti, dalle deviazioni rispetto a un modello condiviso.
            Qualcuno ha descritto il Cristianesimo come una religione molto imperfetta. Io lo direi, piuttosto, la religione degli imperfetti. Non ha il nitido equilibrio del Buddhismo, né la veneranda età dei Veda, né la sensibilità molteplice dell’animismo. Cristo scelse i suoi tra rozzi pescatori, loschi figuri, indemoniate, schietti scettici. I pubblicani e le prostitute, nel Suo regno, passavano avanti a chiunque. Cantò l’amore per la pecora smarrita e per il figliol prodigo, senza lasciare incustoditi i novantanove giusti. Non ebbe parole di condanna che per i perfetti, appunto, coloro che avevano già avuto la loro ricompensa e, quindi, non accettavano alcuno stimolo a svilupparsi ulteriormente. Il Cristianesimo fu, fin dall’inizio, la religione degli sbagliati.
            Ecco perché ci troviamo entrambi bene nel suo ovile, nonostante la tua lotta con Dio e la mia lotta col Suo fan club. Ecco perché la confessione in cui entrambi siamo cresciuti si sforza di creare un orizzonte di nitore, rigore e purezza. Entrambi ci siamo allontanati –sia pure in modi e per motivi molto diversi – dalle pretese di precetti imbalsamati, così diversi dalla sanguigna e proteiforme Vita che amiamo. Solo ora cominciamo a intuire che essi dovrebbero essere considerati come il cielo a cui tende l’arciere: un obiettivo irraggiungibile, ma a cui guardare per prender la mira.
            Ci sono stati dati modelli troppo lontani da noi perché ci rendessimo conto del nostro costante bisogno di correzione. Mi vien da sorridere, pensando che io e te siamo come quegli asini cui vien legata una carota davanti agli occhi perché avanzino con costanza. È un paragone meno sublime di quello con Tantalo, ma più solare –e, soprattutto, più adeguato.

            Vorrei che ci fossero restituite le sembianze degli apostoli e delle pie donne, ormai presenti solo come ombre dolciastre di sacrestia. Rimpiango quei volti pasoliniani che non ho mai conosciuto. Di volto ho solo il tuo, ispido e voluttuoso come quello di un fauno. Non cercare un angelo nel tuo specchio. Solo entrando fino in fondo nel ritratto goffo della nostra anima –come insegna La Storia Infinita – arriveremo a eliminare quel senso di colpa che è figlio dell’amor proprio e a essere come bambini. Allora, il nostro passo sarà senza attrito.

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