giovedì 9 ottobre 2014

Werther VS Ortis - L'ardua sentenza

In realtà, non sono nuova ai confronti fra classiconi. Mi sono già occupata di "Madame Bovary VS Anna Karénina", ovvero: Due modi per regalare un biforcuto copricapo al coniuge e diventare, al contempo, immortali.
            Ora, sono in piena “crisi del quarto di secolo”, perciò mi rivolgo, piuttosto, a figure di gggiovani tanto romantici, ma bistrattati dal fato e dal secolo sciocco (O tempora! O mores!). E lo faccio senza alcuna pretesa di serietà. Anche perché l’argomento mi fu offerto da una conversazione con un mio burbero e arguto amico, al Caffè Vigoni di Pavia.
            «Werther è un subumano» bofonchiò lui, coi suoi consueti mezzi termini. «Non studia, non lavora, è viziato. Non è nemmeno capace di spararsi come si deve… Credo bene che Lotte gli abbia preferito Albert. È molto più affidabile».
            Non ci sarebbe bisogno di specificarlo (vero?), ma la conversazione riguardava I dolori del giovane Werther, il romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe (1787). Trama: Un ragazzo dall’animo sensibile s’innamora di una gentil donzella di campagna, destinata però al “buon partito” della situazione. Vedendo in ciò il segno del proprio fallimento esistenziale e del marciume del mondo, il giovanotto si suicida.
            È nota la somiglianza con la trama di un altro romanzo epistolare, di poco posteriore: Ultime lettere di Jacopo Ortis, di Ugo Foscolo (1817). «Una scopiazzatura becera del Werther» lo definì un mio insegnante del liceo, anch’egli incline all’uso dei mezzi termini. «Almeno, nell’Ortis c’è l’impegno patriottico…» disse invece il mio amico. Io sarei tentata di votare “scheda bianca”. Però, spezzo una lancia a favore dell’Ortis, essenzialmente per un motivo: mentre il Werther era un romanzetto giovanile (mero antipasto di capolavori come il Faust), l’Ortis è stato praticamente l’opera della vita, per Foscolo. Intendiamoci: anche Goethe rimise mano più volte al suo fittizio carteggio. Ma fu soltanto per smorzarne le punte polemiche, le imperfezioni ortografiche, le tipizzazioni troppo facili. Bisognava soprattutto de-santificare un po’ il protagonista, per fermare quella conseguenzina da nulla che furono i suicidi per emulazione.
            Quanto all’Ortis… Una lingua più biforcuta della mia potrebbe dire che Foscolo se n’occupò così tanto perché non era in grado di partorire un Faust. Io mi limito a ripetere quello che tutti sanno: il buon Jacopo è cresciuto insieme al suo autore. Una gestazione imponente per un romanzo così breve. Catullo approverebbe.
            Nemmeno a Werther riesco a voler così male, poi. Sa mettere un pizzico d’incanto in ogni cosa che descrive. È un disegnatore sensibilissimo, per il quale nulla è banale. Però… fa colare sistematicamente a picco ogni aspetto solido della propria vita. Perde il lavoro per futili beghe e malinteso amor proprio; si lega a una graziosa colombella che vuol tenersi stretto il marito, ma non sa rinunciare allo spasimante; si spara, quando tutti gli vogliono bene e sono prontissimi a comprenderlo, purché si comporti con un minimo di buonsenso. L’unica cosa che venga da dire, di fronte al suicidio di Werther, è: Ma perché, santo cielo?!
            Per Jacopo Ortis… è già tutta un’altra storia. Intanto, non è un giovanotto in villeggiatura, ma un patriota in esilio, che si sente seppellito vivo. Poi, quando s’innamora, lo fa d’una donna ben più assennata e colta di Lotte e che vive un dramma sentimentale più sostanziale. La famiglia di Teresa (la bella della situazione) si è infatti sfasciata, quando suo padre ha voluto per forza promettere la ragazza in sposa a un tale (ricchissimo e snob) Odoardo. Unica definizione possibile per costui: manichino. Va da sé che Teresa è troppo intelligente per sognarsi d’amarlo e lui è troppo fossile per vederla più che come una moglie conveniente. Quando Ortis arriva e mette un po’ di pepe in questo teatro, Teresa lo ricambia di santa ragione e il di lei padre fa cambiare cortesemente aria al giovanotto. Tirannide nella vita pubblica e tirannide nella vita privata, insomma. Non certo una bella posizione, per il povero Jacopo. Gli resta la consolatio philosophiae, che pratica estesamente nelle celeberrime lettere. Però, quando arriva l’autopugnalamento finale, stavolta, nessuno può dire che la mossa sia sproporzionata alla situazione. Né è lecito accusare la sventurata Teresa di civetteria o indecisione.
            Certo, se Werther era un nullafacente pieno di stile, Ortis ha un ego leggermente gigantesco. E ha un debole per i superuomini: legge continuamente le Vite parallele di Plutarco e visita quei sepolcri illustri che facevano la delizia del suo padre letterario. Sospira sui versi di Dante e di Petrarca –laddove Werther preferiva Omero e Ossian. Il patriota si vede anche dalla biblioteca.
            Sorvolo sulle questioni più piccanti –insomma, Werther, con Lotte, rimane un fanciullone ingenuo, mentre Ortis si dimostra creatura di un esperto mandrillo. Davanti alle sue descrizioni di Teresa, più volte, si arrossisce sul serio –ma con bon ton.
            In conclusione, alla domanda “Qual è il migliore?”, lascio cadere la risposta. Piuttosto, trovo che i due beneamati romanzi epistolari mostrino due modi in cui un autore può “scrivere col sangue”. La prima è riversare in un personaggio i propri bollori giovanili (a rischio e pericolo!); oppure, concentrare in una piccola mole cartacea una vita di pensieri, viaggi, amori, lotte. In nessun caso, autore e lettore escono indenni dall’operazione. Decidere di che morte morire –anche solo nella finzione letteraria – è sempre un’ardua sentenza.


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